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Ardbeg vintage Y2K (2000/2023, ob, 46%)

Zuc è tornato col bagaglio in stiva da Islay e quindi ha lasciato sull’isola ogni suo avere per riempirla di samples. Dopo l’ormai mitologico The Abyss e dopo lo Spectacular, oggi tocca a una novità che in Italia è stata lanciata proprio in questi giorni. Ma noi gli inviati li mandiamo sul posto apposta per averle prima, altroché.
Comunque, stiamo parlando del “primo imbottigliamento del nuovo millennio”, prima release di una serie limitata che celebrerà il Duemila, anno di nascita tra l’altro del mitico Committee. Si dà il caso che questo imbottigliamento utilizzi i primissimi barili distillati nel Duemila nell’alambicco storico, utilizzato per 51 anni prima di essere “pensionato” nel 2001. L’invecchiamento – di 23 anni – è avvenuto in botti ex bourbon ed ex Oloroso sherry. Sentiamo com’è questo inno al Millennium Bug. Il colore è oro.

N: che inconsueta gentilezza olfattiva, che cortesia, che ampio parcheggio. Si apre elegante e posato, con una nota che in un Ardbeg non pensavamo di poter scrivere: le chiacchiere di Carnevale. Il che significa malto dolce e zucchero a velo. Poi ecco subentrare un senso di vino bianco secco, diremmo un Pouilly fumè per darci un tono. Eppure ha anche qualcosa del Moscato, non la dolcezza ma la parte aromatica. Sorbetto al limone (i gelati Liuk!). Non dimostra 23 anni, quindi probabilmente i barili non erano di primo riempimento, il che non è male, che le spremute di legno anche no. Qui il legno rimane un passo indietro, lascia spazio a camomilla, prugna bianca, semi di anice. Freschezza ed eleganza vagamente efebiche. Un Ardbeg fluido, nel senso che rifugge i generi, evita le asperità tipiche. Col tempo emerge un profumo di pastel de nata portoghese, ma salato. Ecco, più si apre, più spuntano note di tela cerata, di olio di lino, di gazzosa… Le note isolane insomma. La torba? Un’idea come un’altra, come canta Paolo Conte…

P: il grado non gli rende pienamente merito, nel senso che a 46% la sensazione è che manchi qualcosa. Il primo palato riprende il filo della crema pasticcera e della dolcezza, di nuovo zucchero a velo vanigliato e scorza di limone nei biscotti. Nemmeno il tempo di apprezzare questo lato, che la torba reclama la sua parte di palcoscenico, stavolta molto più che al naso: erbe bruciacchiate, foglie di menta, catrame. Oleoso (shortbread al burro) e salmastro, ma senza perdere la naturale compostezza. La sinfonia è quella classica di Ardbeg, ma su un semitono diverso, come attutito. Tisana zuccherata, Lemon Soda torbata. Fa venire in mente le tre grandi questioni aperte: nasce prima la gallina o l’uovo? Nei pizzoccheri ci vanno le coste o le verze? Nel whisky è meglio l’eleganza o l’intensità?

F: oleoso, creosoto, un guizzo medicinale salmastro e del caffè tostato. La parte più autentica e sapida.

Quando parlavamo di dilemmi esistenzial-spiritosi scherzavamo, ma fino a un certo punto. Questo è un whisky delicato, bilanciato, fine. Ecco, la finezza è qualcosa che di solito non associamo ad Ardbeg. E quando le distillerie rilasciano imbottigliamenti che non incontrano i canoni classici del loro stile, c’è sempre un po’ di smarrimento. C’è chi esulta perché finalmente un Ardbeg si sa sedere composto a tavola, e chi bofonchia perché manca la ruvidezza così tipica. A noi piace molto a livello sensoriale, ma se possiamo avanzare una critica diciamo che ci emoziona poco. Sì, lo sappiamo, suona come “ti amo troppo, devo lasciarti”. Ma ce la sentiamo così: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Glasgow Coma Scale – Northern Wastes

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