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Glenlivet 80 years old ‘Generations’ (1940/2020, Gordon & MacPhail, 44,9%)

Dopo tanti anni di assaggi e recensioni, ogni tanto – quando ci prende l’alcolismo meditabondo – ci capita di fare un esame di coscienza. E di accorgerci che purtroppo, anche se la nostra passione per il whisky arde sempre come la torcia olimpica, ci succede sempre più raramente di lasciarci pervadere dall’adrenalina e dall’entusiasmo senza limiti davanti a un dram. Sappiamo che è normale, che aver avuto la fortuna di assaggiare così tanti capolavori ci ha un po’ tolto il gusto dell’eccezionalità. Eppure una parte di noi rimpiange quel fanciullesco incanto per cui anche solo un Talisker 18 ci sembrava ambrosia, perché arrivava come un lampo di qualità eccelsa fra i blended mediocri e i primi single malt a cui eravamo abituati. Se mangi al McDonald’s, anche la trattoria del bisunto ti sembra un paradiso. Ma se mangi pranzo e cena agli stellati, i paradigmi cambiano e rischi di perdere di vista la realtà.
Ecco, oggi è un giorno da segnare sul calendario perché improvvisamente siamo tornati a emozionarci davanti a un dram. E che dram. Signori, abbiamo assaggiato semplicemente il più vecchio single malt al mondo, l’unico ottant’anni mai imbottigliato. E sì, ci sentiamo come quando Babbo Natale ci portava esattamente quel che avevamo chiesto: felici come bambini.
Sulla letterina avevamo scritto: “Caro Babbo, siamo stati bravi, abbiamo evitato di scrivere “tropicale” tre volte in ogni recensione e abbiamo anche smesso con i sottofondi musicali di death metal, quindi ci meritiamo un sample di Glenlivet 80 anni ‘Generations’ di Gordon & MacPhail. Per essere precisi vorremmo il cask #340, quel first fill sherry butt riempito nel 1940, da cui sono state riempite 250 bottiglie”.
Ora, dato che Babbo Natale ne saprà tanto di Coca Cola, ma di whisky ne sa quanto noi di allevamento di renne, evidentemente ha deciso di appaltare la missione. E per farlo ha scelto un emissario infinitamente più elegante e in forma di lui, ovvero Randy Kunis, teutonico proprietario di Tara spirits, coadiuvato dal suo “piccolo aiutante” Davide, che – guarda un po’ – è parte dell’allegra brigata di whiskyfacile. Oltre a vivere più vicino (Monaco di Baviera batte Rovaniemi), è decisamente più esperto di Babbo Natale sui single malt… In lauto anticipo sul Natale, ché i tedeschi sono efficienti, Randy ci ha dunque portato questo commovente regalo e noi, dopo averlo rimirato per qualche settimana, abbiamo finalmente trovato il coraggio di aprirlo.
Due piccole note a margine: il liquido distillato alla Glenlivet distillery è stato messo in botte da George Urquhart e dal padre John il 3 febbraio del 1940, a Seconda Guerra Mondiale già in corso; il primo dei 250 decanter realizzati dall’architetto Sir David Adjaye è andato in asta da Sotheby’s a Hong Kong a inizio ottobre ed è stato battuto a 193mila dollari. Gli altri 249 sono in vendita a 80mila sterline.
Siamo elettrizzati, non ci stiamo più dentro dalla curiosità. Fateci compagnia, che i bei momenti vanno condivisi. Il colore è mogano scuro.

N: tocca stare attenti, che ci viene da piangere di gioia e ci annacquiamo il whisky. Proviamo ad andare con ordine e trattenendo l’euforia. Non è semplice perché – ed è la prima cosa che ci colpisce – c’è un’unità di sensazioni impressionante. Si apre con l’immagine di una frutta eterogenea, cotta e speziata: prugne secche, arancia rossa, amarene cotte nel vino con cannella e chiodi di garofano. Crostata di fragola. Ma dicevamo del vino: c’è una dimensione raffinatissima di rancio che richiama certi cognac di alto lignaggio e venerabile invecchiamento. Scendiamo in profondità e parliamo del legno, che dopo 80 anni poteva essere ingombrante e fastidioso, mentre è un piccolo miracolo di aromaticità ed eleganza: sandalo profumato, poutpourri, legno di rosa. Ma anche genziana e radice di liquirizia. Il che introduce un altro capitolo in questo naso da epopea d’altri tempi, ovvero il bouquet dello sherry nella sua ricchezza più cesellata. Citiamo in ordine sparso la crema di cioccolato, i datteri, il tabacco da pipa in cui il padre di Jacopo teneva le bucce di mela, le foglie del bosco in autunno, le pigne e una resina odorosa incantevole, che quasi richiama la canfora: pazzesco, dopo 80 anni. Potremmo continuare per ore, ma ci fermiamo. Non prima di aver sottolineato la totale assenza di alcol e la compattezza delle note, fuse insieme in un dialogo serrato fra frutta, legno, sherry e spezie. Un ultimo baleno: quella punta di camino e candele accese che arriva da un passato lontanissimo e mitico. Quasi un peccato berlo, ma lo dobbiamo ai nostri lettori…

P: ecco, i whisky-Matusalemme sono molto fragili e quasi sempre si rivelano essenzialmente dei whisky da fiuto, che a un naso spettacolare fanno seguire palati inevitabilmente scarichi. Non è questo il caso. Ovviamente il fervore alcolico è un caro ricordo, ma questo Glenlivet riesce incredibilmente a mantenere ancora una vitalità di frutta che non pensavamo possibile. L’apertura è tutta del cioccolato, seguito da una frutta rossa rappresa (marmellata di fragole, amarene e succo di mirtillo) e da una frutta essiccata: si parte dalle prugne Sunsweet ai fichi rossi polverosi, per arrivare alla papaya disidratata e alle arance cotte nel caramello. Il tutto fuso splendidamente insieme e connesso al legno. Il barile, più della via allappante del puro tannino, prende quella della frutta secca, con bordate di crema di marroni. Ancora frammenti di florealità, vagamente decadenti e quasi mistici. Una riflessione ci sovviene: se davvero questo whisky ha passato tutti gli otto decenni della sua vita in un unico barile, siamo di fronte a un miracolo, perché una botte su un miliardo riesce a mantenere una certa cremosità dopo così tanto tempo. O forse è solo che quei barili di sherry in rovere americano di G&M erano magici.

F: coerente, procede sulla crema di marroni, i fichi secchi, polline, cannella e sandalo/tabacco.

Come “Il nome della Rosa” o “Apocalypse now”, questa è un’opera d’arte con più piani di lettura. Dal punto di vista intellettuale, siamo di fronte a una testimonianza dal valore storico incomparabile. Dal punto di vista sensoriale, anche: è quel che ogni bevitore di whisky sogna di assaggiare una volta nella vita. Quel che ci colpisce è la delicatezza, l’equilibrio della veduta d’insieme: ogni nota è come un piccolo tocco di pennello che va a creare un quadro impressionista, nessun tono copre l’altro, nessun aroma “spara”. Tutto è ponderato, calibrato dal tempo. Eppure non è un whisky adagiato sui suoi stessi allori, ma riesce a dare un’idea di compattezza e vitalità. Non saranno i ruggenti anni ’80, ma sono 80 anni che sanno ancora ruggire, anche se non mordono più. Giunge il momento del voto, e noi torniamo timidi ragazzetti. Anche se tecnicamente abbiamo bevuto whisky forse più buoni e più complessi, questo sale sul podio dei più esaltanti e coinvolgenti, quasi come il Bowmore Bicentenary. Rispetto ad altri invecchiamenti monstre come il Glen Grant 52 anni, però, qui c’è ancora anima, corpo e vigore, cosa che a volte non si trova più in whisky di 40 anni. Con il rispetto che si porta agli dei, sussurriamo un 94/100 pieno di rispetto. Caro Randy/Santa Klaus, non potevi farci regalo più gradito – e grazie anche a Davide, che non si è scolato questo sample mixato con Red Bull, come avrebbe potuto, ma lo ha condiviso con noi.

Sottofondo musicale consigliato: Titus Andronicus – A more perfect union.

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