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Caroni 17 yo (1994/2011, Velier, 62,4%)

Qualche settimana fa uno di noi si è trovato a cenare nel dehors di un ristorante tipico emiliano, e al termine di un pasto luculliano fatto di culatello, giardiniera e lasagne – senza dimenticare la zuppa inglese che incredibilmente spopola nel reggiano – è entrato, ingenuamente, per andare in bagno (“in fondo a destra”, ovviamente). E fin qui, diciamo, niente di straordinario, niente che meriti l’eternità tipicamente conferita dalla parola scritta. Appena entrato, però, ha per abitudine buttato un occhio alla bottigliera senza troppe speranze, e lì è avvenuta l’epifania: una ventina di bottiglie di rum “da collezione”, come si dice ora che anche il cugino caraibico è stato divorato dall’avidità della speculazione e ha perso la sua tipica innocenza da bon savuage. Tra queste, spiccava questo Caroni del 1994 – bottiglia che in asta a febbraio è andata a 1150£, per intenderci – in vendita a 10€ al bicchiere, un grasso bicchiere da 4 cl tra l’altro. Poteva farselo scappare, il nostro rapace inviato nelle terre di tortelli e cooperative rosse? No, va da sé, e infatti ecco qui le sue impressioni.

N: da approcciare con cautela, il grado alcolico non si nasconde e affilato taglia i nasi. Si inizia con una mandorla amara e del solvente, il complesso ricorda la vernice per le chiglie delle navi, vernice odorosa sotto al sole dei Caraibi. Non dimentichiamo poi una liquirizia Haribo intensa, industriale, abbinata a un filo di fumo, un che di idrocarburo, di benzina. Frutta tropicale iper matura, banana caramellata, platano, un che di papaya caramellata, se esistesse. Olive nere, ha una sua aromaticità salata. Una punta di scorza d’arancia e – non solo per suggestione fonica – di rancio. L’acqua ne apre la parte salata (salmiak) e floreale, lavanda soprattutto. 

P: l’ingresso è dolce, con ancora quelle suggestioni tropicali, caramellate e liquiriziose (ma liquirizia industriale, sia chiaro, morositas) che avevamo trovato al naso. Qui però questo lato retrocede molto e molto in fretta, con il tannino e l’idrocarburo che letteralmente esplodono, deflagrano in uno tsunami di tropical ageing – uno tsunami molto tagliente, fatto di diesel e vernice, di rancio e di frutta secca amara, di spezie iper balsamiche e fondi di caffè. C’è perfino chi pensa all’amaro Petrus… Nel complesso è esplosivo e affiliato, il corpo è un po’ schiacciato dal legno. Riducendolo tanto con acqua, si spalanca (finalmente) una frutta tropicale dolce, anche se speziata e balsamica.

F: lungo, infinito, tutto tra la noce di Pecan, una Haribo squagliata su dell’asfalto appena posato e spezie infinite. Lavanda, molto lunga.

Naso e palato, secondo noi, sono di due campionati diversi: la profondità e la complessità del naso hanno pochi rivali tra tutti i distillati del mondo, e dio solo sa quanto ci costa concedere l’onore delle armi al sottoprodotto caraibico (cit.), mentre il palato è sicuramente più per Caronofili hardcore – ma di certo, la qualità è straordinaria. Davvero super complesso, peccato che ormai il ristorante abbia chiuso (certo, siamo tornati anche la settimana dopo per assaggiare tutto il resto, maledetti) e che l’assaggio di bottiglie del genere sia un privilegio concesso solo a pochi oligarchi russi, qualche antico speculatore e qualche onesto appassionato non avvezzo a controllare i prezzi in asta.

Sottofondo musicale consigliato: Mastodon – Savage Lands.

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