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Glenrothes 24 yo “Mark Watt” (1996/2020, My Name is Whisky, 52,9%)

Al Whisky Revolution Festival di Castelfranco il caso ha voluto che alla sinistra del banchetto al quale mescevamo lauti dram agli avventori ci fosse la postazione di My Name is Whisky. Per gli sventurati che ancora non lo sapessero, My Name is Whisky è un progetto di Simon Paul Murat, iniziato con la pubblicazione di un bellissimo libro(ne) di interviste ai grandi personaggi del whisky e continuato con un imbottigliamento che nel 2019 ha inaugurato una serie chiamata “The faces of whisky”. Il primo era un Mortlach dedicato al monumentale Giorgio D’Ambrosio, mentre il secondo è un Glenrothes di 24 anni dedicato a Mark Watt, per dieci anni general manager di Cadenhead’s e da poco orgogliosamente in proprio con l’etichetta di imbottigliamenti Watt whisky. Si tratta di un barile singolo che aveva contenuto sherry Fino che ha dato 99 bottiglie. Il disegno di Mark Watt in etichetta lo fa assomigliare un po’ a un Tremonti con la pappagorgia, mentre il packaging è verde come il green pass. Ma lasciamo perdere l’attualità e parliamo di whisky, che è meglio…

N: il legno ha lavorato parecchio, e l’effetto è particolarissimo. Il Fino, che è uno sherry secco che a noi piace sempre molto, regala note ovviamente diverse dall’Oloroso: sughero aromatico, noci e anice stellato, ma anche la chiara sensazione del “flor”, cioè quel tappetino di muffe che si sviluppa durante la maturazione di questi sherry. Diciamo che l’olfatto è criptico, non accogliente ma interessante. Ci sono poi tutti i tratti tipici di Glenrothes, anche se con discrezione: un tocco sulfureo, il guizzo metallico e l’agrume, che per l’occasione veste i panni della buccia di mandarino più della consueta arancia. Col tempo gianduia. Forse manca quel quid in più che ci si aspetterebbe da un 24 anni.

P: piuttosto alcolico, qui il senso di metallo è più spinto: rame bruciacchiato. Poi si scende in profondità, con ancora il Fino protagonista: legno tostato, fave di cioccolato. Il corpo è oleoso e saporito, c’è una dimensione davvero curiosa che ricorda la pelle di salame stagionata. Molto difficile da sezionare, però per semplificare diciamo che c’è una nota di muffa nobile (il flor dello sherry) accompagnata da qualcosa di sapido. Arance lasciate sulla stufa e legno in crescita. Nel retrogusto si moltiplica un delizioso gusto di tabacco (avevamo scritto “humidor”, ma nessuno pare aver mai masticato una scatola di legno per sigari).

F: medio lungo, fra tabacco, arancia e liquirizia.

Glenrothes è distilleria scorbutica, di solito tra noi non c’è grande feeling, ma ogni tanto sappiamo ricrederci. Qui bisogna dire che gli spigoli che meno apprezziamo del suo distillato sono davvero poco contundenti. In compenso, sono sostituiti dagli spigoli del barile (che tecnicamente non ne ha, essendo un barile e non un cubo, ma sorvoliamo), che creano un whisky divisivo, non sempre centrato ma intrigante proprio per la sua personalità così spiccata – un po’ come quella di Mark, d’altro canto! La scelta del Fino ci pare molto riuscita, le sue note ben integrate con quelle del Glenrothes: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dan Auerbach – Heartbroken, in disrespair

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