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Botti da orbi: “The Lakes distillery”, una gita ai laghi

Ampio parcheggio con i nomi dei fondatori

Una delle cose più illuminanti, alla fine del primo tour fatto in una distilleria, è ripensare a cosa ci si aspettava prima di entrare. Istintivamente, torna in mente la prima volta che hai sentito nominare quel brand, la prima volta che hai assaggiato qualcosa, la prima volta che ne hai letto. Ecco, quasi sempre quel che ti aspettavi è diverso da quel che scopri in distilleria. Garantito. E la Lakes distillery non fa differenza.

Non che in realtà in giro si parli solo di Lakes, eh. Per dire, è importata in Italia da Bejia Flor, ma nel corso degli ultimi festival (quando ancora si poteva…) le poche bottiglie sui banchetti finivano spesso snobbate senza troppi rimorsi. Poi, complice la recente grande fioritura di distillerie di single malt in Inghilterra, il nome ha cominciato a circolare insieme ai vari Bimber, Filey Bay, Cotswolds. E al Newcastle whisky festival del 2020 ecco il primo approccio: bottiglie curiose, un quadrifoglio, le immagini del Lake district nelle brochure, l’ottima impressione del Whiskymaker reserve N.2… Insomma, la curiosità ha covato per mesi in silenzio e ad agosto, dopo lungo peregrinare tra i paesaggi spettacolari dove nacque il Romanticismo di Wordsworth, siamo andati a vedere com’è.

Il Lake district, meta turistica di inglesi romantici

Situata a Cockermouth, dove il Derwent sfocia nel Bassenthwaite (l’unico vero “lake” del distretto), la distilleria è all’estremità settentrionale del parco nazionale. Una trentina di miglia più a nord, oltre l’estuario del Solway, è già Scozia. Ma qui è terra inglese, dove il whisky sgorga dagli alambicchi ancora senza un disciplinare rigido e dove la sperimentazione è sport nazionale nel campo della distillazione. E anche in quello dell’allevamento, dato che accanto alla distilleria pascolano non le pecore, ma gli alpaca andini…

Ad ogni modo, la giornata è soleggiata e il parcheggio – dove sui barili spiccano i nomi dei fondatori – già quasi pieno. L’appuntamento con Andy Boughey, l’export sales director, è alle 11, così abbiamo tempo di dare un’occhio agli edifici di ardesia, che non sembrano per nulla “nuovi”. Dietro un cancello di ferro battuto vagamente in stile Liberty, si apre un cortile: a sinistra lo shop, a destra gli uffici, davanti il bistrot. Ai suoi tavolini, comodi davanti a un caffè, Andy veste i panni del narratore e ci racconta la storia della distilleria dei laghi.

Prima di tutto, che i piccoli edifici della distilleria non sembrassero moderni non è un abbaglio. Infatti questa era una fattoria vittoriana diroccata dove si allevavano mucche da latte. Se ne stava lì abbandonata e Paul Currie, che insieme al padre Harold aveva fondato nel 1995 Arran, la teneva d’occhio da un po’. Poi, quando Arran venne venduta e pian piano si fece strada l’idea di fondare un’altra distilleria, quella fattoria sembrò la sede perfetta: nella regione più piovosa d’Inghilterra, circondati da fiumi e ruscelli, nel parco turisticamente più frequentato del Paese e a un tiro di schioppo dalla Scozia, oggettivamente era difficile scegliere di meglio.

Quadrifogli ovunque nei muri della distilleria

Così nel 2011 la famiglia Currie e il socio Nigel Mills, che dopo aver venduto la sua catena di negozi al colosso Tesco aveva una discreta liquidità e anche un albergo a Cockermouth, ristrutturarono tutto e aprirono la distilleria. Il primo single malt venne rilasciato nel 2015 e da allora le cose sono un po’ cambiate. Nata come fenomeno locale, presto diventata azienda di livello nazionale (è tra le più grandi distillerie di whisky al di sotto del Vallo di Adriano), oggi Lakes sta crescendo sempre più sulla scena internazionale, con una produzione triplicata che ora si attesta sui 390mila litri annui di alcol. Ma qui sta il primo problema: essendo all’interno di una zona vincolata come un parco nazionale, ampliarla non è per nulla semplice. Gli washbacks sono passati recentemente da 4 a 12 ma gli alambicchi Mc Millan (il wash still Susan e lo spirit still Rachel) sono ancora solo due. Il che limita un po’ le potenzialità future di produzione.

Uno dei due alambicchi, nella fattispecie Susan

Dicevamo delle aspettative. Durante il tour si capisce che i panni della distilleria naif in un posto di villeggiatura vanno assai stretti a Lakes. Vero che un quarto degli introiti proviene dall’hospitality, ma questa è una distilleria old style e “artigianale” nel senso più alto della parola. Lo si capisce durante il tour: il mashing dura 7 ore, la fermentazione addirittura 4 giorni e avviene con un particolare mix di lieviti. In un angolo c’è il bellissimo alambicco di rame utilizzato per gin e vodka, ma al di là dell’indubbia utilità economica (la vodka e soprattutto il gin – tra l’altro molto equilibrato – significano ricavi subito, non come il whisky), non si ha mai la sensazione di essere in una distilleria “industriale”. Anzi, a ben vedere se non fosse per l’accento dello staff (in tutto sono 75 i dipendenti) sembra proprio di essere in Scozia, anche perché i quadrifogli in pietra che si ornano i muri e che sono diventati il logo della distilleria fanno subito atmosfera celtica.

Mentre si avvicina la conclusione del tour, è tempo di parlare di barili. Parlarne, perché vederli è impossibile – gran peccato -, dato che le due warehouses sono distanti qualche miglio. L’80% delle botti usate è ex sherry, una scelta rischiosa che – nuovamente – spiega bene che qui si cerca la qualità. Ma è necessario fare la conoscenza del master distiller per capire a che livello di precisione assoluta Lakes vuole portare la produzione.

Dhaval Gandhi nel suo laboratorio

Dhavall Gandhi “è il Willy Wonka” del whisky: un genio, un pazzo, uno scienziato, un poeta, un megalomane, un nerd, un pioniere, un perfezionista, un professionista incredibile, un parlatore inarrestabile. Natali in India, studi in finanza negli Stati Uniti. A un certo punto – narra la leggenda – perde un aereo e per ingannare l’attesa visita una distilleria in Kentucky. Epifania. Torna a casa e dice alla moglie che si cambia vita, si va in Scozia, anche se è sconosciuta la reazione della signora. Lavora per Heineken a Edimburgo e impara molto sui lieviti, poi lavora per Macallan e impara molto sui legni. Prende un dottorato in “oak studies” o qualcosa del genere e fa del legno il perno della sua vita, il centro di gravità permanente del suo approccio “olistico” alla distillazione.

Entrare nel suo mondo – così come nel suo laboratorio off limits dove lavora chiuso a chiave con un team di 12 persone – può essere un’esperienza allucinante. In un reportage per Whisky Magazine Dhavall spiega con dovizia di particolari (i pignoli sono fatti così) il suo stile. Che di fatto si traduce in un’ossessione per i legni, che vengono reperiti secondo specifiche ferree: tre tipi di sherry (Oloroso, Fino e PX), ma diversi livelli di maturazione, diverse varietà di rovere, diversa origine delle piante. L’orzo può arrivare già maltato, ma è il legno il focus, perché è il legno con cui lui “dipinge”. Il new make è una tela bianca, i barili i suoi colori.

La warehouse è distante qualche km

Ovviamente, accanto all’anima nerd c’è l’anima artistica del mestiere, dato che “il blending è la lingua madre del whisky”. Il dottor Gandhi annusa tutto, controlla senza sosta e dal cognac ha preso in prestito la pratica dell’elevage, per cui può capitare che i barili vengano spostati o che il liquido venga travasato durante la maturazione in botti di diverso tipo per raggiungere un particolare profilo. Perché qui sta l’inversione del procedimento: spesso Dhavall parte da un’idea (i profumi di casa della nonna, una scena di un romanzo…) e orienta tutta la produzione e la scelta dei legni al raggiungimento di quella sensazione.

Il tour finisce, si degustano un paio di cose. La vodka è vodka, pulita, precisa, senza deviazioni speziate. Il gin è brillante, un London dry serio e bilanciato. E il whisky? Quello che ci servono è splendido, l’ultima edizione della serie “Whiskymaker reserve”, il n.4. Peccato che però è esaurito. Come quasi tutte le altre release di single malt. Ed è forse questo il rammarico più grande per una distilleria senza dubbio interessante e promettente: l’assenza di bottiglie da comprare. Le special releases sono a tiratura limitata e finiscono sold out in poco tempo, e non esiste un “distillery exclusive” per i visitatori. Ci sono le 5 versioni con 5 diversi finishing del blended “The one“, il blended Steel Bonnets e due imbottigliamenti super-premium come la release inaugurale “Genesis” e alcune espressioni della Quatrefoil collection. Forse un po’ poco, per una distilleria dallo stile così peculiare e curioso. Non resta che sperare in un aumento di produzione. Attendiamo fiduciosi, anche perché Lakes distillery è stata inserita nel ciclo di documentari della Bbc “Love letters from Britain“, dedicati ai marchi del lusso come Bentley, Dunhill e Balvenie. E insomma, c’è da scommettere che gli appassionati non rimarranno delusi, perché per loro le distillerie sono come la Natura per Wordsworth: “Non tradiscono mai il cuore di chi le ama”.

Continua…

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2 thoughts on “Botti da orbi: “The Lakes distillery”, una gita ai laghi

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