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Ardbeg ‘Scorch’ (2021, OB, 46%)

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Grazie a un anonimo e misterioso uccellino Scozzese abbiamo potuto mettere le mani sul nuovo imbottigliamento di Ardbeg, il famigerato Scorch: la release ufficiale avverrà solo settimana prossima, ma siccome noi abbiamo avuto questa botta di… fortuna, non possiamo esimerci dal recensirla immediatamente. Se fossimo dei veri cialtroni, vi diremmo che lo recensiamo “in anteprima mondiale”, ma siccome non lo siamo ci limiteremo a raccontarvi la storiella che, come ogni anno, avvolge la limited release annuale di Ardbeg, e che a onor del vero quest’anno è particolarmente sobria. Trattasi di NAS, come di consueto, maturato nella suggestiva dunnage warehouse n.3 di Ardbeg in barili “heavily charred” – che poi il comunicato stampa italiano parli di “botti di rovere americano ex bourbon fortemente affumicate” fa capire bene quale sia il livello di consapevolezza, ma che ci volete fare, andrà comunque sold out in cinque minuti: perché addirittura sbattersi per capire? Ci aspettiamo un Alligator bis, diciamo, che è uno dei meno peggio della storia recente di queste release. Andale.

ardbeg-scorch-review

N: beh, che i barili fossero heavily charred è evidente fin da subito: la componente torbata, ovviamente presente, è quasi schiacciata dalle note cremose e vanigliate che avvolgono tutto. Crema pasticciera, caramello, anzi proprio toffee caldo, banoffie pie, crema di castagne, perfino un qualcosa di fruttato ipermaturo (cocco caramellato, ananas zuccherato al barbecue): una dolcezza (ok, al naso non si dice, lo sappiamo) molto carica e profonda, molto ‘marrone’. Il tutto è però, ovviamente, dato alle fiamme: e infatti la torba non è tanto acre quanto soprattutto bruciata, con legno in fiamme, falò, tabacco da pipa dolce, cuoio. Le note agrumate sono forse solo di scorza d’arancia pucciata nel caramello o nel cioccolato al latte (un’aberrazione, eh?). Dopo un po’ arriva una nota di aria di mare, anzi, diremmo l’odore del mare d’inverno. Non male, molto carico, fatto di poche sfumature ma di tante potenza e intensità.

P: il corpo è molto beverino, non masticabile – masticabili però sono i sentori, fatti ancora di caramello, di biscotti al burro, di toffee, frutta secca e miele, castagne bollite. Perfino qualcosa che ricorda la marmellata di fragole… Tutto molto bruciato ovviamente, con la componente affumicata in bella evidenza che di nuovo rimanda più al falò, al legno che brucia, che non alla torba. Ananas e pesche sciroppate. Un ricordo di mare, che riassumeremmo con certi pesci glassati e fatti alla brace di tradizione orientale. Tende a farsi anche abbastanza medicinale (antibiotico).

F: lungo ovviamente, qui sì con torba acre e ancora medicinale (sempre garza e antibiotico), il tutto però pucciato in un pentolone di caramello in cottura scaldato da una grande brace di legno. Cenere zuccherata.

Ora, come sempre non si può certo dire che non sia un buon whisky: lo è, si fa bere piacevolmente e senza troppi pensieri, e in effetti da molti punti di vista ricorda l’Alligator (che, scopriamo ora, non abbiamo mai recensito!, bisogna rimediare presto: appello ai nostri lettori!), il che è una buona notizia tutto sommato. Molto dolce, con tantissimo toffee/fudge in ogni dove, non particolarmente complesso ma davvero beverino – smettiamo di aspettarci l’Ardbeg affilato e marino del passato, ormai è un’altra cosa. Verrebbe poi da fare copincolla di tutte le considerazioni che ogni anno, puntuali come il commercialista che ti chiama per il 730, scriviamo in calce alle release di Ardbeg: bello, ma se costassero 30€ in meno nessuno si lamenterebbe. Una versione più dolce e più carica degli entry level, insomma, per un onesto 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mastodon – Fallen Torches.

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