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Lot no. 40 rye (2019, OB, 43%)

Momento storico, raddoppiamo le recensioni di whiskey canadese. Finora era solo uno (questo imperdibile capolavoro), ora aggiungiamo qualcosa di leggermente più contemporaneo. Trattasi del Lot No. 40, un rye che da anni spadroneggia ai Canadian Whisky Awards, che comunque hanno una loro dignità e i loro tifosi, come il campionato di curling. Contrariamente alla stragrande maggioranza dei whiskey canadesi, che non spiccano per rigore nella regolamentazione e che possono contenere un po’ di tutto, dal caramello alla bile di alce, questo è un whiskey ottenuto da segale al 100% (10% maltata). Peraltro – cosa ancor più rara – è distillato in un pot still di rame da 12mila litri e non in colonna.
Dato che il Canada è lontano e ne sappiamo poco, proviamo a fare un po’ di chiarezza: dunque, il Lot No. 40 è un remake di un remake, dato che è un marchio creato negli anni ’90 da Mike Booth per ricordare la ricetta del suo avo Joshua, che lo distillava durante la Rivoluzione americana. Oggi il brand fa parte del portafoglio della Corby Spirits & Wine, compagnia di distribuzione con sede in Ontario da metà Ottocento. E viene distillato alla Hiram Walker distillery di Windsor (sempre Ontario), impianto di proprietà di Pernod Ricard dove si produce anche il Canadian Club, l’etichetta più famosa di whiskey canadese, che però è marchio di proprietà di Beam Suntory. Chiaro no? No, ma pare che la gente si picchi per averlo e che faccia impazzire tanti appassionati, quindi proviamolo. Il colore è un oro carico.

N: non particolarmente sparato sul versante delle spezie, ma molto cremoso. Si sente particolarmente l’arancia, ma anche la vaniglia e la cannella non scherzano. Budino alla vaniglia, con note di noci e miele di arancio. Un tocco di matita temperata. Più posato e discreto dei rye a cui siamo abituati. La cosa migliore è che mancano le note gradasse di frutta tropicale marcescente e piccantezze varie. Curiosamente, ha un tocco di violetta profumata che ricorda il cognac, fine e aperto. Manca anche la parte mentolata che spesso compare con i whiskey americani. Un naso da rye eterodosso.

P: la violetta lotta ancora insieme a noi e ancora sembra di avere a che fare con un cognac. Non è esplosivo, anzi è molto delicato e quasi femmineo, che per un rye in botti vergini è assai curioso. La crema e il toffee ci sono, ma rimangono sullo sfondo, perché la scena se la prende questa tensione pulita e quasi vinosa che non ci sappiamo spiegare. Anche qui la piccantezza del rye non si fa notare. Giusto un filo di tostato nel retrogusto.

F: pulito, teso, ancora floreale e con una sfumatura acidina tra la prugna acerba e l’arancia.

Siamo sicuri di una cosa: alla cieca in molti non direbbero che è un whisky. Alcuni punterebbero forte sul cognac, altri perfino sul rum. Il fatto è che è straordinariamente aromatico e fine, e mancano quelle note robuste che spesso siamo abituati a trovare nel rude distillato di segale che fu dei pionieri. Una bevuta molto interessante ed eccentrica, che nel suo essere freak è comunque curiosa. Anche perché nonostante le botti vergini, qui il legno sembra solo un’ipotesi. Siamo sicuri che un buon barman può fare grandi cose con questo Canadian rye. Postilla: costa meno di 40 euri, che di questi tempi e con il rye che ormai è in fase speculazione tipo bitcoin, non è male. 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: The CoralPass it on

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