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Botti da Orbi – “Remarkable regional malts”: The Epicurean (2019, Douglas Laing, 46,2%), Big Peat (2019, Douglas Laing, 46%), The Gauldrons (2019, Douglas Laing, 46,2%)

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Uno di noi, quello che riscatta un’adolescenza da cicciobomba escluso con una maturità da invitato a ogni genere di degustazione, ha partecipato pochi giorni fa ad un tasting online dei mitici “Remarkable regional malts”, la serie di blended malt “localisti” ideati da Douglas Laing. L’evento, organizzato da Whisky Club Italia e dall’importatore italiano di DL, Rinaldi, è stato un’ottima occasione per rivedere un po’ di vecchi (di lunga data, non anagraficamente!) amici come Davide Terziotti e Gabriele Rondani, direttore commerciale di Rinaldi 1957. E soprattutto è stata l’occasione, piuttosto rara, di assaggiare golosamente cinque regional malt uno dietro l’altro, come le puntate di una serie tv che ci prende da pazzi.

La geografia è importante

Douglas Laing, imbottigliatore indipendente nato nel 1948 con il blended “King of Scots” e diventato grande con la sua selezione di single cask, 12 anni fa ha rivoluzionato il panorama dello Scotch con una serie di blended malt che – come spiega il responsabile vendite europeo Dale Perry – “sono stati ideati per riprodurre i tipici sentori dei whisky di quella regione“. Oggi la differenziazione regionale dello Scotch è considerata sempre meno significativa: in un panorama in cui le sperimentazioni sono ormai la norma, con distillerie di Islay che usano malto unpeated, Speysider torbatissimi e islanders che maturano in botti ex vino rosso, sempre più whisky bar hanno abbandonato la divisione regionale per passare ad una basata sul profilo. Il che però non cancella gli archetipi sensoriali legati alle aree di provenienza.

Se la regionalità è in declino, invece dei blended malt si parla un gran bene da parecchio tempo: rapporto qualità/prezzo spettacolare, bevibilità, in generale la sensazione che siano prodotti sottostimati e che stiano per diventare il nuovo trend, soprattutto vista l’inflazione dei prezzi dei single malt. Se si va nello specifico, la filosofia di Douglas Laing è as natural as it gets, quindi nessuna colorazione né filtrazione, gradazione sostenuta e produzione in piccoli lotti (i ragazzi di DL ci tengono a dire che sono tutti “blend di single cask”).

Abbiamo sproloquiato abbastanza, qui di seguito le impressioni dei 5 whisky assaggiati. Tre sono già stati recensiti, quindi il reporter cronista non si lancerà in votazioni. Ah, per completezza, aggiungiamo invece la recensione di The Gauldrons, il blended malt di Campbeltown che non rientra nel kit e che chiude la serie.

The Epicurean (2019, Douglas Laing, 46,2%)
Si parte dalle Lowlands. Qui dentro si dice che nuotino whisky di malto di Auchentoshan, Glenkinchie e Ailsa Bay. L’etichetta mostra un gentiluomo di Glasgow con baffi e cilindro alla moda dell’Ottocento. N: fresco ed erbaceo, molto sorbetto al limone e camomilla. Gioventù tendente all’infanzia, si sente la ninna nanna del new make. Erba tagliata, finocchio, un tocco di curcuma e vaniglia. Col tempo la dimensione erbacea si fa quasi di rosmarino. Un’impressione di mare. P: dolce, caramelle fondenti alla banana e al limone. Leggero ma non sciapo, tocco piccantino di zenzero. Giovane, ma pulito. Pera acerba. Con acqua spunta un’arancia dolce e salata. Sal y naranja is the new sal y limon? F: coerente, limone dolce, erba e finocchio. Se Lowlands fa scopa con uno spirito leggero ed erbaceo, ebbene questo è da manuale. Si sente parecchio la gioventù, con un tocco di distillato soprattutto al naso, ma tutto sommato l’effetto è piacevole. Fresco, beverino, estivo. Good boy: 82/100.

Timorous Beastie (2019, Douglas Laing, 46,8%)
La bestiola in questione – un topolino – è un omaggio alla poesia di Robert Burns (sempre lui) intitolata “To a mouse”: piccolo, ma se gli dai fastidio sa farsi valere. Nella ricetta, whisky da Dalmore, Glengoyne, Glen Garioch e Blair Athol. Curiosità: il primo remarkable regional malt con età dichiarata è stato proprio un Timorous Beastie 40 yo, rilasciato nel 2016. N: per certi versi simile all’Epicurean, con limone, miele di erica leggero e forse proprio erica, perché c’è una dimensione floreale che aleggia. Anche qui un tocco erbaceo, forse più sedano che salvia. Ci siamo dimenticati la frutta, ma c’è, anche se sottile e acidina: arancia, succo di mela renetta. P: colpisce una certa viscosità, un corpo oleoso che ricorda il burro alle erbe. Pera, mela verde, meno dolce dell’Epicurean. Nocciole e mandorle fresche. Porridge speziato (noce moscata) e un che di cereale crudo, mineralino. F: spezie, frutta secca, meringa e un filo di fumo sorprendente. Un whisky con dei problemi di alimentazione, da una parte magrissimo e dall’altra grasso. Il profilo delle Highlands è minerale e snello, ma il corpo del distillato è ben cicciotto. L’effetto è curioso, ma piacevole. Qui la stringata recensione con voto dei tenutari di questo elegante salottino online.

Scallywag (2019, Douglas Laing, 46%)
Qualche km più a nord per andare nello Speyside. Scallywag ha in etichetta un fox terrier con il monocolo, simpatico omaggio a Binks uno dei cagnolini di casa Laing. E’ l’unico fra i RM ad essere invecchiato parzialmente (75%) in botti di sherry Oloroso. All’interno, tra gli altri, anche whisky di Mortlach, Glenrothes e Macallan. Ci viene già da scodinzolare. N: tanta gioventù di agrume, poi mela rossa, cannella e pan di zenzero. Rimane fresco e natalizio insieme: pian piano emerge frutta disidratata (albicocche, uvetta e papaya) e un pizzico di cacao. Un filo di carne alla piastra, forse, lontano. Lo sherry si sente. P: ed è uno sherry moderno e agile, abbastanza espressivo ma di nuovo assai giovane. Arancia candita, zuppa inglese. Si fa sentire un tocco di tannino (pepe, frutta secca). Caramello a profusione e spezie. F: tabacco dolce, pan pepato, tostato. Una bevuta piacevole, senza pensieri né fisime. Ci si può anche illudere di riconoscere le varie componenti, la lievemente carnosa, la più caramellata, la fruttata… Ma sarebbe inutile, meglio versarne un altro. Qui la recensione degli onusti colleghi.

Rock Island (2019, Douglas Laing, 46,8%)
Arran, Jura e Highland Park in questo ragazzo dalle isole scozzesi che porta in etichetta una conchiglia che si schiude con una perla all’interno. Una Tridacna gigas, per i non pochi fra voi che hanno competenze specifiche in molluschi bivalvi del Pacifico. N: il nostro olfatto poco fantasioso coglie subito mare, sale, scogli, pesce, spiaggia. Manca solo un pedalò e il panorama costiero è completo. Limone spremuto e pasta di pane. C’è poi immancabile una torba minerale (grafite? polvere da sparo?) lieve ma distinguibile, che aleggia sopra una frutta bianca che va dalla pesca all’uva spina. C’è poi un che di sottaceti, quel guizzo che si sente nel Gibson cocktail. P: accanto all’ovvia salsedine, qui si apre una baia di cremosità vanigliata. Acqua di mare e salicornia, torba vegetale fumosina, tutto molto armonico. Spunta un che di “verde” e un pizzicorino tutto di pepe. Melone bianco e sedano. Da leccarsi i baffi, letteralmente. F: lungo, salato, pesce grigliato, pulito ed erbaceo. I whisky di mare, così sapidi e tesi, se sono fatti bene sono esattamente così: evocativi e guizzanti, nitidi. Del gift pack, questo è il più esaltante proprio per questa sua essenzialità equilibrata. Il voto lo trovate qui.

Big Peat (2019, Douglas Laing, 46%)
Il più celebre della compagnia e senza dubbio il più venduto sul mercato italiano, dove si sa che la torba è un po’ come la panna nelle ricette anni Ottanta: piace. Una curiosità: al contrario del 99.9% dei whisky, per cui in inglese si usa il pronome neutro it, alla DL si utilizza il maschile he, testimonianza di quanto il pescatore sull’etichetta sia diventato esso stesso Big Peat. Tra l’altro, i creativi avevano realizzato lo schizzo di un pescatore sorridente, ma Fred Laing lo bocciò: “Sta tornando a casa dalla moglie, ha bisogno di uno Scotch di Islay per tirarsi su”. E così nacque il barbuto eroe con la classica smorfia che abbiamo imparato a conoscere, dietro al quale si celano whisky da Bowmore, Ardbeg e Port Ellen torbato a 40 ppm. N: limone e pesce con il limone, ovviamente grigliato. Poi non è che potete chiederci anche che tipo di pesce, eh! C’è senz’altro una parte dolce, semplice e piacevole di vaniglia, appaiata a della canfora. Mousse di pera, lieviti e ovviamente la torba, proprio di legno bruciato in un falò. P: curiosamente l’impatto è un filo acquoso, dolce ma magro: lime, pasta di pane, frutta bianca. Poi esplode la torba bruciata, carboni ardenti (quelli su cui camminava Giucas Casella!). Il tocco erbaceo del naso qui diventa indivia grigliata. Un pizzico di sale e una sensazione di mezcal. Giovane ma perfetto. F: cenere, zucchero, gommose allo zenzero e limone, lungo. Un whisky da bere a tazze, semplice ma non per questo meno interessante. Un punto in più perché l’uso della torba non è mai sguaiato e volgare: certamente c’è, e si sente, ma non annienta gli altri sapori e si amalgama bene con la gioventù del distillato: 86/100.

The Gauldrons (2019, Douglas Laing, 46,2%)
Chiude la serata (in realtà lo abbiamo assaggiato la sera dopo perché si era fatta una certa, ma al pubblico questo interessa il giusto) The Gauldrons, il sesto e ultimo arrivato fra i Remarkable regional malts, dedicato alla piccola ma affascinante regione di Campbeltown. Il packaging è un po’ esoterico/massonico, ma in realtà la ragnatela riprende la leggenda di Robert The Bruce, il re che – sconfitto più volte dagli inglesi – si rifugiò in una grotta di Campbeltown dove vide un ragno che continuava a tessere la sua tela, distrutta dalla furia della natura. Noi, pazienti come quel ragno, versiamo di nuovo e ricominciamo ad assaggiare. N: ci sono dei tratti simili al Rock Island: il limone, l’impasto delle ciambelle, l’acqua di mare. Poi ci sono le differenze: più vaniglia, del sorbetto di pompelmo rosa e una parte di salamoia “sporca”, che confina con il cereale affumicato e ammuffito, alla crosta di formaggio. C’è poi un che di aromatico e profumato, tra la cera per pavimenti e le rose. Curioso. P: dolce e salato insieme e lievemente torbato. Sparano un po’ di spezie (zenzero e pepe) e l’effetto non è gradevolissimo. Caramello salato e nocciole salate, cereale affumicato ancora. E una sensazione di polvere di legno strana per un whisky così giovane. F: medio corto, zucchero di canna bruciato, legno, pepe e tanto tanto sale. Qualcosa non quadra: a un naso molto invitante e misterioso, profondo e particolare, segue un palato eccessivamente piccantino. La sapidità “chiusa” di Campbeltown però da sola vale il prezzo del biglietto, pardon della bottiglia. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mutemath – Typical.

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