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Kilchoman Fino (2018/2023, OB, 50%)

Torniamo a frequentare i loschi bassifondi del single malt più oscuro, ovvero quello torbato e affinato in botti di sherry, che a noi fa sempre quell’effetto da film noir con risvolti erotici e venature horror: tanto, troppo coinvolgente. Dopo essere stati a Campbeltown con lo Springbank in Palo Cordado, oggi ci spostiamo su Islay, sponda nord, dove se ne sta pacifica e beata la Kilchoman distillery.
Se le maturazioni in botti di Oloroso sono un must del core range con l’imbottigliamento Loch Gorm, è una novità recente l’utilizzo di barili ex Fino, di cui è stata messa in commercio una release da 15.650 bottiglie l’anno scorso. Venti i butt utilizzati. Il colore è oro e noi abbiamo sete.

N: l’apertura è acidella, come rappavano i Flaminio Maphia in un pezzo consegnato alla storia della musica giusto fra “Purple Haze” e i Notturni di Chopin. C’è quella nota di cereale anche un po’ crudo misto a limone e pompelmo che spesso dà “nervo” ai whisky di Kilchoman, a cui si somma una parte vinosa, di vino bianco, sui toni del ribes bianco e dell’uva spina. La torba è ben integrata, ma piuttosto acre e verde, felci bruciate in un prato, muschio bianco, alghe. Eccoci al mare, alla fine. Che non è ovviamente salmastro e stagnante come a Campbeltown, ma più spumoso e arioso. Iodio e mela verde. In generale un naso più acerbo del previsto, che sa di lime, lievito e gioventù aspra.

P: più piacevole e decisamente più avvolgente. Rimane la parte citrica di pompelmo, yogurt al limone e mela verde, ma lo sherry e il legno levigano gli spigoli. Pepe bianco, ananas brulé con zucchero di canna e noce moscata, biscotti al limone bruciati nel forno. La torba è materica, il fumo terroso e freddo, come un falò di carbonella spento dalla pioggia. Qui e là spuntano delle nocciole, punte di cuoio marchiato e sigaro lasciato lì da un nonno che si è addormentato perché si è scolato una bottiglia di sherry. Che qui è come sepolto dal resto, una reminiscenza digestiva di flor e vino ossidato. Liquirizia e chicchi di caffè dragée.

F: vira al dolce, con note di orange wine, frutta secca (questa salatina), agrumi e braci sciroppate.

Allora, la partenza è anzichenò deludente, perché tutto l’olfatto si risolve in un’acidità incompiuta non particolarmente eccitante. Il palato e il finale, invece, recuperano corpo e piacevolezza. Lo sherry inizia a dare quelle note oleose e ossidate che rendono il sorso godibile, la dolcezza subentra all’asprezza, una tostatura ben amalgamata con la torba sistema le cose. Peccato davvero per quell’inizio un po’ così, ma siamo comunque nei territori classici di Kilchoman, ovvero qualità e bevibilità da 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Flaminio Maphia – Ragazze acidelle

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