Forse non lo sapevate ma il nome maschile giapponese Yoichi può essere scritto con 8 ideogrammi diversi, tra cui quello dell’oceano, quello del loto e quello del raggio di sole. E poi non dite che non facciamo divulgazione culturale su questo blog eh? Va beh, la piantiamo di menare il can per l’aia, che poi il WWF giustamente ci denuncia. Torniamo a Yoichi, che come ormai sapete è una delle più antiche distillerie di single malt del Giappone (fondata nel 1934 da Masataka Taketsuru, il padre di tutto il whisky del Sol Levante). Yoichi è una delle due distilleria del gruppo Nikka, insieme a Miyagikyo, e produce un distillato leggermente torbato. L’espressione base è un NAS, ma noi assaggiamo il 10 anni, che ormai costa come una partita di diamanti dal Congo, ma pazienza, noi mica lo dobbiamo comprare, dobbiamo solo assaggiarlo, perché è tanto che non ci capita di farlo. L’ultima volta ci è sembrato così. E ora? Il colore è oro zecchino.

N: non lo ricordavamo così fruttato, ma in effetti l’apertura è proprio una bombetta di frutta a nocciolo: pesca gialla, ma soprattutto quell’albicocca poderosa fresca e in confettura che sperimentammo in quello Yoichi 10 di tanti anni fa. Concludiamo la panoramica sulla frutta con dei canditi di arancia e cedro e dei biscotti cuor di mela. Tutta questa frutta è intrecciata, diremmo quasi marezzata come il manzo di Kobe, da sentori e suggestioni minerali. Ci sono dei sassi dopo la pioggia (il famoso “petricore”), c’è un’aria di salvia e lavanda, c’è del sorbetto alla vaniglia. Fumo zero, al massimo della grafite.
P: qui la torbina leggera trae principio e ispirazione dall’uomo del Giappone, come direbbe Elio, è più netta e definita. Siamo sempre sui toni dell’ardesia, della pietra focaia. La frutta è forse più varia e gialla, su mele, ananas e banana. E susine anche. Cresce invece la dolcezza “pandorata”, di pan di spagna, zucchero a velo. Crema catalana, anche. La spezia è lieve, ma si fa apprezzare. Soprattutto chiodi di garofano. Pizzicotti di sale in un tripudio di pastosa burrosità cerealosa. Forse un difettuccio è l’alcol, che alza un po’ troppo la cresta per essere un single malt giapponese.
F: una lieve scissione taoista fra lo Yin del distillato torbato e lo Yang del legno speziatino.
Lo ricordavamo un filo più complesso e quindi non andiamo oltre l’86/100, ma questa inconfondibile unione di mineralità e delicata dolcezza è sempre eccellente. Un profilo che ci va a genio, questo, che ci rende impossibile rifiutare un secondo sorso. Se dovessimo trovare un’altra differenza rispetto a quello del 2017, diremmo che ci sembra più giovane e concentrato sul distillato. Non dovrebbero essere barili meno carichi, forse l’età media del whisky è più bassa? Ah, saperlo…
Sottofondo musicale consigliato: Elio e le storie tese – Cartoni animati giapponesi
