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tOBERMORY 20 YO (2016, OB, 46.3%)

Manchiamo dall’isola di Mull da troppo tempo. Con le sue casette colorate e la grotta di Fingal che ispirò Mendelssohn, Mull è un gioiellino anche turistico. Ma qui per fortuna non siamo un blog di pseudo-viaggiatori che spacciano banalità (“a Milano non potete non visitare piazza Duomo”: ma va? Pensavamo di concentrarci sugli angoli suggestivi del Corvetto…), siamo un blog di whisky e quindi parliamo della Tobermory distillery, nata come Ledaig nel 1798, quindi bella vecchiotta. Come già scritto molte volte, Tobermory produce un malto non torbato con il nome della distilleria e uno torbato con il nome originale della distilleria, ovvero Ledaig.
Di imbottigliamenti ufficiali non ne abbiamo recensiti tanti, quindi con piacere affrontiamo questo 20 anni che ha fatto tre anni di finish in botti di sherry dopo averne trascorsi 17 in bourbon. Il colore è un ottone ossidato. Come ci è venuta? Boh, si vede che ci ricordiamo i candelabri e gli ostensori di quando facevamo i chierichetti.

N: c’è puzza. Non di guai, ma di metallo e zolfo, di sporcizia pesante. Dopo l’unto dal Signore, l’unto dall’odore. C’è un senso di stoppia e grasso, candele di sego animale. Un ingresso veramente hard, che restituisce il carattere estremamente dirty della distilleria. Estremo, anzichenò. Ma con il tempo le cose evolvono e dalla coltre di sudiciume emerge altro. Si inizia a muoversi verso il pavimento del malting floor, verso la stuoia bagnata. La frutta è totalmente assente, come nella dieta dei marinai settecenteschi che morivano di scorbuto in mare. A proposito, il mare invece è possente e presente: salmastro, reti da pesca. Lo sherry ci mette un po’, ma poi si fa notare, con guizzi di cuoio, noce moscata, bucce di arancia lasciate sulla stufa. Qualcosa di vin brulè.

P: insospettabilmente buono, fin dall’inizio. Qui l’agrume prende il comando subito, mettendo in mostra un corpo ben definito: arachidi, olio del motore, ma anche le note più cioccolatose e pastose dello sherry, a partire dalle pesche all’amaretto. Lungo e intenso, con un mouthfeel grasso e una bella presenza di spezie e sale. Tanto sale. Olive, pesche e arance sono una triade inconsueta, ma anche ciliegia (o Maraschino) e grafite non sono un pairing da tutti i giorni. Mantiene una certa acidità nella dolcezza molto maschia e robusta, ricorda un Old Fashioned bevuto in officina.

F: equilibrato, con arancia, sale e caramello in salamoia. Non esiste? Problemi vostri.

Faticoso e totalmente anacronistico, è un oblò sul passato, un tuffo nella maniera di fare whisky di una volta. Non tanto per lo sherry – è un finish, non un full maturation, quindi le note vinose sono comunque di corredo e non profondamente coinvolte nel corpo del malto – quanto per lo stile. Sporco, senza compromessi, divisivo. Un distillato old style che bullizza il barile. A noi intellettualmente questa cosa piace quasi quanto usare avverbi e aggettivi in ridondanza, però ammettiamo che non a tutti possa piacere essere presi a uppercut sul mento. Per cui 86/100 basta e avanza.

Sottofondo musicale consigliato: Pulp – Mile End (“it smelt as if someone had died”, ma anche “just like heaven, if it didn’t look like hell”)

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