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Talisker 44 yo (2022, OB, 49,1%)

Durante le Feste il nostro insostituibile Davide è tornato dalla Germania carico di samples e nuove turbe psichiatriche da condividere con noi. E Zuc e Corrado, che hanno buona competenza di entrambe le specialità, si sono offerti di condividere il pesante fardello con lui. Delle turbe non vi diremo nulla (c’è il segreto analista-paziente), ma dei samples… Beh, dei samples vi parliamo eccome, soprattutto perché tra i tanti che ci ha portato c’è un campione di una bottiglia che al momento online viaggia sugli 8.700 euro, ovvero il Talisker 44 anni ‘Forests of the deep’. Bomba.
Si tratta di una release ultra-iper-mega-premium di 1997 bottiglie, con un procedimento talmente complicato che ora tiriamo un porcone verso Nettuno e ve lo spieghiamo. Dunque, siccome l’imbottigliamento è realizzato in collaborazione con la charity ecologista Parley for the Oceans, che si occupa di difendere gli ecosistemi marini, il trust combinato di cervelli si è inventato questo: alcune doghe di barili ex Talisker sono state portate in Sudafrica, dove sono state immerse al largo del Capo di Buona Speranza, nelle “foreste” sottomarine di kelp, l’alga che può raggiungere anche i 50 metri di lunghezza e crea vere e proprie “praterie”. Dopo questa “gita”, le doghe sono state riportate in Scozia, sono servite per ricomporre i barili che sono stati poi tostati bruciando… altre alghe derivanti dai mari scozzesi. Queste botti hanno ospitato per il finish gli ultimi anni di invecchiamento di un single malt maturato per i precedenti quattro decenni in bourbon. Tutto chiaro?
A noi un po’ gira la testa e ci è venuta voglia di goma wakame, ma abbiamo così tanta fiducia in Talisker e così tanta voglia di assaggiarlo che perfino questa colossale assurdità marina non ci scoraggia. Curiosità: non è alla solita gradazione-feticcio di 45.8%, ma a 49.1%, il che lascia ben sperare. Il colore è ambrato.

N: di alghe nel primo naso non c’è nemmeno l’ombra, grazie al cielo e anche al mare. Perché l’ingresso è di una ricchezza impressionante, e al contempo di grande, compiaciuta decadenza: un banchetto imperiale di frutta esotica di ogni tipo si spalanca davanti a noi, con papaya matura, guava, perfino il temutissimo durian. Melone anche. Succhi, zuccheri, aromi, il ciclo della natura che passa, ma con una spruzzata del limone tipico della casa. Il tutto è impastato a caramello salato, polline e pepe bianco. Tropicale ed evocativo come alcuni mitici Bowmore degli anni ’60, questo è un Talisker che si è fatto whisky sotto altri re, sotto vecchie stelle. Polveroso, con una deliziosa nota di carta antica, unisce cenni di potpourri a sensazioni più grasse, di burrocacao, nocciole e prugna in frolla. Un incenso elegantissimo unisce tutto. Ma c’è qualcosa di più, che è saporoso e umami e ha a che fare con la mousse di pesce, il patè, le olive in salamoia senza le olive. Cordame di barca in porto. Impressionante.

P: si fatica a capire, a parlare, a scrivere, come succede quando ti trovi davanti a qualche idolo di gioventù. Qui è tutto intarsiato, una tessera del mosaico intimamente legata con l’altra in un ordito pastoso, masticabile fin da subito. Ci sono caramello salato bretone, pesca, cenere, zenzero… Ma se procediamo così non rendiamo onore all’eleganza generale. Diciamo che sicuramente rispetto al naso la frutta secca salata (mandorle, noci pecan) è più evidente, figlia del lungo invecchiamento. Poi occorre sottolineare una insospettabile e a suo modo sorprendente virilità della nota di cenere, dopo così tanti anni. Qualcuno dice che sa di libreria incendiata, e sapete bene che noi con le immagini ci andiamo giù pesante. Carta polverosa di nuovo, frutta tropicale ma stavolta cristallizzata, essiccata. Ovviamente non c’è più nulla di fresco e succoso, diciamo che la frutta è un fossile aromatico di sciroppi e guizzi. Liquirizia salmiak. Un grasso giallo e affumicato (qualcuno ricorda il prosciutto violino di capra) si presenta nel retrogusto e di nuovo torna l’olio salato, il pinzimonio condito…

F: oleoso e di nuovo impastato, fatto di frutta secca e incenso, chiesa in fiamme con tutti i chierichetti dentro, cotti a puntino. E poi pure salati e pepati.

Diciamo subito che era dai tempi di Claudia Schiffer che dal suolo tedesco non usciva qualcosa di altrettanto sexy di questo Talisker 44 anni. E se per caso state pensando di darci dei sessisti, non vi ricordate bene la Schiffer e soprattutto non avete assaggiato questo capolavoro da 44, pardon 94/100. E sia chiaro, non è voto pregiudiziale solo perché è il più vecchio Talisker ufficiale mai imbottigliato. Anzi, la storia delle alghe ci aveva pure un po’ indispettito. Ma davanti all’evidenza della magnificenza ci arrendiamo. E’ uno dei whisky più complessi, bilanciati, sincronicamente perfetti che abbiamo mai assaggiato. E’ come se ogni nota fosse esattamente al suo posto, e ne innescasse altre che a loro volta mettono in modo un meccanismo colossale di accensione di ogni nostra singola papilla gustativa. Sontuosamente lascivo, indugia nelle dolcezze quando serve, richiama lo spirito indomito di Skye quando piace, inietta dosi di orgoglio costiero quando può. Enormemente soddisfacente, un’ode ai sapori tutti e al Sapore con la S maiuscola che tutti li racchiude e li esalta. Un monolite di gioia per il palato.

Sottofondo musicale consigliato: Miles Davis – So what

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