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Mars (Komagatake) attacks!

Inflessibili come il Generale Putzerstofen, l’arbitro delle sfide di “Mai dire Banzai”, partiamo metaforicamente per il Giappone, e per la precisione per la prefettura di Nagano, per fare la conoscenza della distilleria di whisky più elevata del Paese del Sol Levante, ovvero Shinshu Mars. Non che sia cosa semplice, sia perché il giapponese lo mastichiamo poco (e senza wasabi!), sia perché la storia è complessa. Proviamo a fare un riassunto.

Via alla recensione!

La distilleria che se ne sta pacifica a Miyadamura, ai piedi del monte Kiso Komagatake, è uno dei due impianti (l’altro è Tsunuki, aperto nel 2016) di proprietà della Hombo Shuzo, antica azienda di liquori – shochu soprattutto – fondata nel 1872. A Shinshu si distilla fin dal 1985, seppur con una pausa dal 1992 al 2011, e si utilizza orzo proveniente da maltifici scozzesi, torbato da 0 a 50 ppm. Vi risparmiamo le specifiche tecniche perché siamo clementi, però è utile sapere che: 1) non si usano alambicchi a fuoco diretto; 2) si usano i mitici worm tub; 3) si distilla solo d’inverno; 4) essendo ad un’altitudine di 800 metri, l’escursione termica va dai -15 ai 30 gradi.
La chiudiamo qui, ma prima un accenno ai whisky. Accanto a diversi blended (Mars Maltage Cosmo e Mars Kasei), spiccano i due single malt: Mars Tsunuki e Mars Komagatake, nelle loro multiformi espressioni. Mirko Turconi di Fine Spirits, che li importa in Italia, li ha presentati durante la Whisky Week di Treviso ad ottobre. Noi si stava lavorando (lavorando, parole grosse…), ma Mirko è stato così gentile da omaggiarci di 5 campioni. Campione lui!

Mars Maltage ‘Cosmo’ Manzanilla finish (2021, OB, 42%)
Primo trick: qui dentro ci sono sia malti scozzesi, sia malti giapponesi, quindi tecnicamente è un blended malt. Intercontinentale, per di più, anche se non è esattamente il top della trasparenza. Il finish è in sherry Manzanilla, che è il Fino proveniente dalla zona costiera di Sanlùcar de Barrameda. C: rame. N: dolce e profumatino, ricorda immediatamente una scatola di cioccolatini appena aperta. Cioccolato al latte, arancia, pesche al vino: tutto dolce e tiepido. La frutta è sui toni dell’ananas e del maracuja. Un’ombra di spezie e un accenno umami, non davvero costiero. Noci salate? P: paga un po’ il grado basso, l’attacco è un po’ debolino. Spezie in levare (tanta noce moscata, cannella, curcuma) e gli stessi frutti tropicali aciduli, con arancia navel. Marzapane, a rimarcare la dolcezza, che però qui è bilanciata da un tocco di pane salato. F: sempre più secco, compare il flor dello sherry. Mandorla amara salata.
Funziona tutto abbastanza bene, in un quieto ma interessante quadretto. Non ci sono picchi di intensità, ma l’influenza del Manzanilla è chiara e ben si sposa con una certa dolcezza di base. 83/100.

Mars Maltage ‘Limited edition 2018’ (2018, OB, 48%)
Cambiamo sport, passiamo al single malt. Lievemente torbato, come abbiamo appreso dopo averlo bevuto, quindi punto per noi che lo abbiamo riconosciuto. Diecimila bottiglie, invecchiamento in barili ex Bourbon e rovere americano, etichetta dixit. C: paglierino. N: che bombardamento di frutta fresca! Pesca bianca, un’infinità di melone bianco, caramella fondente alla banana e pera. E anche litchees, e uva Regina. Praticamente una teoria di frutta bianca. Sotto ecco la torba, che è minerale e delicata, diremmo come quella di Ailsa Bay ma molto più piacevole. Zucchero e qualcosa di fresco e floreale, diremmo gommosa alla menta. Che non è floreale, ok, allora gommosa alla menta e ai fiori, contenti? P: cambia faccia. C’è la stessa frutta, ma non è più appena tagliata, bensì più dolce e forse artificiale. Al contrario, cresce l’impatto della torba, ora una coltre di fuliggine si è posata su tutto il palato. Ha anche una evidente parte nervosa di gioventù fatta di zenzero, chicco di cereale e pompelmo. Miele all’eucalipto e vaniglia. F: pulito e primordiale. Materia prima: orzo torbato totale.
Il naso ci ha fatto impazzire, davvero sorprendente nella sua intensità e nella sua freschezza fruttata. Il palato perde qualche punticino per piccoli peccati di gioventù, ma è senz’altro un prodotto da premiare per la vivacità e la pulizia. Inizio roboante, 86/100.

Mars Maltage ‘Limited edition 2019’ (2019, OB, 48%)
Altro anno, altro invecchiamento, tutto in botti ex Bourbon. Outturn di 9mila bottiglie. C: oro. N: c’è più eleganza ma meno freschezza. Si apre su note di pasticceria che lasciano presagire qualche barile first fill: shortbread, nocciole al miele, Ciocorì bianco e in generale una cremina pasticcera da sogno. La frutta è gialla e matura, limone e cedro, con delle mele al massimo. Il legno influisce molto di più rispetto al 2018, dove scalpitava il distillato: mobili lucidati e tabacco di sigaretta. P: levigato e setoso, scommetteremmo su un invecchiamento un filo più lungo del precedente. La torba c’è, ma rimane in sottofondo, lasciando la scena alla frutta matura (composta di albicocca, pesca e mele) e soprattutto ancora alla pasticceria. Corrado, che quando ha un languorino si fa preparare i toast da Cannavacciuolo e ordina la Kinder Fetta al latte da Cracco, cita i dolci dei ristoranti stellati, “quelli con una quenelle di crema, una salsina di frutta e una meringhetta che però costano 20 euro”. Parole sante. Chiude il palato una marmellata di arancia, ma curiosamente salatina. F: più fuliggine e cenere, con un tocco erbaceo e liquirizia. Piuttosto lungo.
Difficile il paragone. Il 2018 era il trionfo della spontaneità, questo è senz’altro più lavorato e cesellato, rifinito dal barile. Intellettualmente ci strapiace il primo, ma questo è più piacevole, ne berremmo a tazze, e dato che il palato comanda diciamo 87/100.

Mars Maltage ‘Limited edition 2020’ (2020, OB, 50%)
Ultima limited edition della batteria, stavolta invecchiata in sherry casks e american white oak. 15mila bottiglie e grado più altino. C: oro carico. N: profumato e tagliente, con tantissima arancia e brioche all’albicocca, anche se quel che più spicca è un’essenza di sandalo. Cioccolato al latte (o è Mon Cheri) dato dallo sherry. Decisamente aromatico, sembra ulteriormente più maturo. Dei tre è il meno torbato, il più balsamico. Banana, nocciole e qualcosa di albumi d’uovo montati a neve. P: c’è una nota spiritosa di acquavite di frutta non esattamente integrata, e si apre il dibattito se sia acquavite di prugne o di albicocche. Al di là di questo ingresso così così, ecco le note dello sherry sul versante acidino: cioccolato al latte, albicocca secca e arancia. Anche l’amarena fresca e “brusca”, come si dice in campagna. C’è frizzantezza e qualcosa di pane lievitato. Sicuramente è il meno torbato dei tre, anche se compensa con una certa terrosità. Con acqua migliora e spunta un senso di crema all’uovo, anzi proprio di tiramisù! F: ecco la torba: succo di frutta in cui è caduta della cenere di sigaretta. Diluito, è tutto su una torta al pepe nero e cioccolato. E ora che la inventerà Knam, vogliamo le royalties.
Prima osservazione: tre edizioni totalmente diverse l’una dall’altra, gran bel lavoro di variazione dei profili, complimenti. Tornando a questo, possiamo dire che apprezziamo la grande aromaticità (l’olfatto è un gioiello) e la ricchezza, ma siamo rimasti un po’ delusi dall’ingresso “grapposo” del palato, che gli costa qualche punticino. Rimane comunque un bel bere: 85/100.

Mars ‘The Revival 2011’ Komagatake (2014, OB, 58%)
La prima, mitica release della distilleria riaperta nel 2011. Un enorme applauso a Mirko per essere riuscito a portarlo. Tre anni di invecchiamento in ex Bourbon casks, grado pieno e 6mila bottiglie prodotte. C: vino bianco. N: vien voglia di dargli una carezza, perché è un bimbo tanto timido. Inizialmente sembra di annusare Böja, la lampada in vimini dell’Ikea. C’è più gioventù qui che in una scuola elementare, con legno nuovo, canditi di limone e pera Kaiser. Accanto, si spalanca una freschezza facile e scrocchiarella, fatta di Polo alla menta e insalata iceberg. Corrado, che è quinto dan di nighiri, spara quelle verdurine sminuzzate che fanno da letto al sushi, cioè il daikon fresco, che non sa pressoché di nulla. Yogurt al limone a.k.a. vomitino. L’alcol praticamente non è pervenuto. Pasta di zucchero. Con acqua migliora, spuntano un filo di fumo di incenso, vaniglia e una dimensione erbacea che sconfina nei semi di senape. P: acquavite di pere con fuliggine e un tripudio di cereale. Che non è cereale crudo, ma pasta di pane salata, con un tocco di mineralità. La diluizione non cancella il senso di acquavite di pere ma aggiunge cremosità e lo rende più accessibile. F: più torbatino, matita temperata, pera e banana. Abbastanza corto.
Inevitabilmente è il più semplice, molto nudo e acerbo. Le potenzialità si intravvedono tutte, ma è un whisky embrionale, da nerd più che da bevitori dediti al piacere. Tecnicamente non ha difetti, l’alcol è ben integrato, solo non è complesso. Il giocatore si farà, anche se ha le spalle strette e noi che non siamo De Gregori non gli diamo settantasette ma 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ash – Girl from Mars

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