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“The art collection” by Franco Gasparri

Un Franco Gasparri sempre più hippie e in grande spolvero

Nel piccolo mondo antico e moderno del whisky italiano ci si trova un po’ di tutto, è una commedia umana in cui non ci si annoia mai. Ci sono pionieri alla John Wayne e avventurieri che sembrano usciti da un albo di Corto Maltese; ci sono epicurei goderecci che collezionano samples ed eremiti riservati che collezionano bottiglie introvabili; ci sono attaccabrighe e amiconi, precisini e confusionari, cani e gatti, Inter e Milan, alfa e omega. E poi c’è Franco Gasparri, con il suo vocione e la sua presenza scenica, che dal 1993 al 2020 è stato il volto gentile di Diageo in Italia.
Noi che nel romanzo del whisky italiano siamo giusto una didascalia a pagina millecentosessantatrè (e probabilmente in quella didascalia c’è anche un refuso…) gli siamo grati per averci fatto da discreta ma sempre coinvolgente guida nelle sue infinite degustazioni di mostri sacri come Lagavulin, Caol Ila, Mortlach, Clynelish… Lui, Keeper of the Quaich, di fatto è stato un commissario tecnico di appassionati, li (ci) ha allenati, ci ha dato le basi tattiche.

Eminenti recensori alcolisti indaffarati a degustare

Oggi Franco è in pensione, ha una chioma argentata di capelli lunghi che suo figlio Andrea guarda scuotendo la testa affettuosamente e si è buttato in una nuova avventura: una propria linea di imbottigliamenti indipendenti chiamata “The art collection”. Quattro single malt – rigorosamente single cask e a grado pieno, anzi pienissimo – che ha presentato qualche settimana fa insieme ad Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival, che gli hanno anche fornito i barili, e che ha riproposto al Festival al suo banchetto.
Due di noi rivendicano di essere stati in prima fila alla première con l’obiettivo neanche troppo dissimulato di fare strage di tartine e con orgoglio possono vantarsi di avercela fatta: ne hanno fatte sparire dei cabaret interi. Ma tra una tartare e un formaggio erborinato, non si sono dimenticati di assaggiare il poker d’assi di Franco. E ora come in una classica mano di Texas Hold’em fortunata vanno all-in e ve li mostrano, nel rigoroso ordine in cui Franco li ha proposti.

Caol Ila 13 yo (2007/2021, 59,1%)

Si inizia con un refill bourbon cask di Caol Ila a quasi 60 gradi, che come entrée non è male e che sembra un estratto dal “Manuale del classico Caol Ila”. Colore paglierino chiaro. N. in una parola: caolillesco. Mineralità e freschezza diffuse, lime, amido di stireria, fumo delicato e costiero. La parte aromatica è molto vivace, sembra proprio di entrare in una lavanderia, con lenzuola fresche di pulito… che però stanno iniziando a prendere fuoco. Kiwi, buccia di mela verde, limone. Un qualcosa di salamoia, ma mai greve. Però abbastanza da dare una sterzata “sporchina” al naso: stivali di gomma? Totani alla griglia? L’olfatto si complica, ed è un bene. P. meno grazioso del naso e più muscolare. E anche più torbato del previsto, almeno nel breve, ovvero in quell’ingresso bruciato. Malto torbato dolce, ma con guizzi sapidi molto evidenti. Una frutta vaga, con sorbetto al pompelmo rosa, e una discreta struttura, data dal cereale. Anche un che di menta, in foglia. F. lunghetto e sapido, fumo dolce, vaniglia.
Quanti Caol Ila in bourbon indipendenti ci sono nel mondo? Tanti. E quanti sono buoni? Una percentuale notevole. E questo ha senza dubbio diritto di cittadinanza fra i “buoni”. Un torbato di Islay classicissimo, che nonostante la gradazione sostenuta (e incredibilmente è il meno alcolico della serie!) riesce ad essere bevibile e piacevole. Non sorprendente, ma conferma totale. 85/100.

Glentauchers 8 yo (2013/2021, 62,6%)

Doppia maturazione per questo centauro, che dopo un refill bourbon cask ha traslocato per 36 mesi in un barile ex Caol Ila. Curiosi come scimmie appassionate di gossip, corriamo ad assaggiare. Il colore è un vino bianco pallido. N. ci sono le note del new make torbato, con un fumo abbastanza denso, secco. Il finish è evidente. Qualcosa di menta piperita, generica frutta candita e lieviti. Tornando al fumo: è “freddo”, come di camino spento. Su tutto aleggia la vaniglia, che col tempo assume anche dei connotati balsamici. Il fumo si stempera, si fa leggero e più alto. Se poi si annusa il bicchiere vuoto… “Eh no – interrompe Giorgio D’Ambrosio – i bicchieri vuoti vanno in lavastoviglie, non si annusano”. E noi, umili discepoli, annuiamo. P. qui la torba e l’alcol sono totalizzanti: bucce di agrumi bruciacchiate, legno carbonizzato piccante. Arachidi tostatissime molto pronunciate, libidinose. Poi finalmente si riconosce il malto, mieloso, con una bella liquirizia. Molto pieno, masticabile. F. rotondo, con limone dolce, zenzero, cenere leggera.
Un esperimento molto interessante e senza dubbio riuscito. Il distillato di origine non si riconosce granché, ma bisogna dire che la commistione fra la dolcezza dello Speyside e il barile ex torbato è bilanciata. Il finale, poi, è un bon bon. Ci piace: 86/100.

Linkwood 10 yo (2010/2021, 61,5%)

Un refill bourbon cask, come si capisce dal colore – pallido, con riflessi paglierini. N. molto fruttato e fresco, con melone bianco, pera, pesca ancora bianca. Polpa di frutta in macedonia, con zucchero a velo e un tocco di miele millefiori. E anche lievito, a testimoniare la gioventù. L’alcol è ben integrato, spicca per freschezza. Qui e là guizza del legnetto appena tagliato e pian piano emerge un clamoroso borotalco. Un Linkwood meno cremoso del solito, molto nudo e affilato. P. qui il grado è meno amichevole, ti accoglie con una sberla ben assestata sulla lingua, che rimane un po’ anestetizzata. La prima cosa che colpisce è la dolcezza, tra pasta di zucchero, liquirizia dolce e biscotto. Qualcuno arriva a insinuare “caramella Galatina”. Vaniglia e miele, anche: insomma ci sono tutti gli invitati alla festa del saccarosio. Eppure quasi per miracolo (o per il grado) non è mai stucchevole. Anzi chiude pulito sul pepe bianco e malto. Con acqua l’attacco si fa più garbato, ma emerge più preponderante il legno e il lato “piccante” sulla lingua. F. medio: miele, mele, di nuovo legnetto di liquirizia.
Grande pulizia e semplicità, con due volti ben integrati: quello della dolcezza basica e quello della potenza alcolica. Fatto bene, senza picchi clamorosi. Una solida realtà, direbbe una pubblicità: 84/100.

Glenallachie 8 yo (2012/2021, 66,3%)

Si chiude con un first fill sherry butt di Glenallachie a una gradazione tipo bomba H. Bel colore ambrato rossastro. N. l’alcol un filo chiude la porta, filtra solo la parte da sherry secco, un filo legnoso. C’è una sfumatura sulfurea, tra l’arancia e il fiammifero, leggera. Cacao, scorzette di arancia dragee per essere precisi. La dolcezza è tra il marzapane e lo zabaione, anche se qualcuno cita il panettone. Ma forse è solo l’appressarsi del Natale. Foglie autunnali, foglie di tabacco, foglie di tè infuse. Col tempo emerge un tocco acetico, di solvente. P. un impatto impressionante, ricorda alcuni rum per la pienezza e la gamma di sapori. Una dolcezza rappresa di fragole cotte nel vino, fichi secchi, uvetta, praline al cioccolato al latte con ripieno di frutti rossi. Avvolgente e arricchito da tutto un trionfo di spezie: pepe nero di sicuro, ma anche pepe rosa e chiodi di garofano. E anche fiocchi di peperoncino, tiè. Con l’acqua emerge cioccolato al latte, con caffè molto tostato. In lontananza, anche un’idea di medicina all’arancia in polvere, tipo Polase. F. lungo, speziato, legnoso, liquoroso. Crema all’uovo piccante.
Eh questo signori è un signor sherry mostriciattolo. Nel senso che a soli 8 anni ha già sviluppato tante note mature, come quei bimbi che in quinta elementare hanno già baffi e basette. Scherzi a parte, è un whisky impegnativo, di gran peso specifico e di impatto alcolico ai limiti della denuncia per violenze, ma che ricchezza di suggestioni e che gran finale. Un 87/100 convinto.

Sottofondo musicale consigliato: Frankie goes to Hollywood – Relax

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