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South Island 25 yo (2017, Willowbank, 40%)

Oggi interroghiamo sulla Nuova Zelanda: cosa sappiamo di questa terra agli antipodi dell’Italia, oltre al fatto che se la cavano benino col rugby e i tatuaggi? Beh, potremmo dire che le giornate iniziano qui, dove passa il primo fuso orario, che nel Paese vivono 40 milioni di pecore e che in maori la parola Taumatawhakatangihangakoauauotamateaturipukakapikimaungahoronukupokaiwhenuakitanatahu indica una collinetta di 300 metri che è più rapido scalare che nominare.
Ma soprattutto, sappiamo che in Nuova Zelanda, come spesso accade nei territori del Commonwealth, si è prodotto whisky. In particolare, uno degli impianti più conosciuti è stata la Willowbank distillery di Dunedin, la distilleria più meridionale del Paese. Aperta nel 1974 e venduta ai canadesi di Seagram negli anni Ottanta, è stata poi chiusa nel 2000. Lo stock di 443 barili che riposava sereno in un hangar (80mila litri complessivi) è stato infine acquistato nel 2010 dalla New Zealand Whisky Company, che ha messo in commercio fior di prodotti, come The Oamaruvian 18 anni, che ricordiamo eccellente.
Oggi invece tra le nostre possenti braccia degne di piloni degli All Blacks è capitato un campioncino di South Island 25 anni, single malt da orzo neozelandese al 100%, invecchiato in ex bourbon casks di rovere americano. Il packaging è splendido, con la silhouette dell’arcipelago neozelandese che segue le linee dei tatuaggi maori. L’etichetta è agghiacciante, sembra un manifesto dei ricercati del vecchio West. Il colore è oro.

N. dolce e cremosino, con tanta frutta gialla, torta paradiso o torta al limone. Anche Kellogg’s frosties, per chi preferisce i dolci della colazione. Pera matura, mela, un pochino di bucce di agrume aromatiche (bergamotto). Spunta poi una voluta gentile di legno di incenso e una punta minerale di grafite che ricorda gli HP meno torbati. Bella sfumatura, suggestiva. Parallelamente cresce il senso di pastafrolla. Molto piacevole e delicato.

P. attacco acquoso, che peccato. La parte delicata prende il sopravvento e diventa anche un po’ floreale, ahinoi quasi saponosa. Rimane sul crinale dolce, sempre su frutta gialla, ma meno intensa rispetto all’olfatto. La parte torbata si avverte più distintamente, rimanendo anche qui minerale. Malto, cioccolato bianco e spezie del legno (noce moscata, pepe bianco). Meno complesso di quanto ci saremmo aspettati al naso.

F. sorprendentemente formaggioso, tra Parmigiano e scamorza affumicata, ma non sapido, al massimo umami. Ancora agrume e cereale, diciamo barrette di cereali e arance.

Il naso ci aveva assai colpito perché riusciva a mantenersi delicato e piacevole. Ci ha fatto sognare. Poi però, il risveglio e l’amara realtà: il palato non convince. Primo perché avrebbe bisogno di una gradazione ben più sostenuta, e secondo perché prende una via floreale e aranciata un po’ deludente. Non un cattivo whisky, ma ci eravamo illusi che fosse un whisky buono. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Shoking Pinks – End of the world

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