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Glendalough 13 yo Mizunara cask finish (2017, OB, 46%)

Siamo ancora a spigolare chicche dal corso di Irish whiskey di Whisky Club Italia. Andiamo a Glendalough, posto incantevole incastonato fra le Wicklow mountains, ma in questo caso il distillato non proviene da qui. Infatti questo single malt tredicenne è sourced, ovvero reperito da altre distillerie e imbottigliato sotto il logo di San Kevin che tiene in mano un uccellino.
Il liquido invecchia in ex bourbon barrels e fa un finish in puncheon del pregiato e raro legno giapponese Mizunara. Per i non esperti di whisky giapponese (cioè tutti tranne Ale Coggi e Dave Broom), il rovere Mizunara è un legno di difficile utilizzo per la costruzione di botti, perché nodoso e incline a perdere litrate di liquido. Il costo di una botte ondeggia tra i 7000 e i 9000 euro (dieci volte più dello sherry, cento in più dell’ex bourbon). Per dare un’idea della rarità, Bowmore (la distilleria scozzese di punta del colosso giapponese Beam Suntory) riceve solo quattro botti di Mizunara all’anno dal Giappone. La bibbia del Mizunara – che non esiste, ma è tramandata oralmente come l’Iliade e l’Odissea – ci dice che dovremmo aspettarci note di spezie orientali, incenso, legno di sandalo. Si tramanda che occorrano anni per sviluppare queste note, vediamo.

N. lo diciamo subito: una nota d’incenso si sente; ma anche legno di sandalo e patchouli, a creare un’atmosfera olfattiva inebriante. Dolce e vanigliato, appiccicoso e godereccio, con marmellata di albicocca e un filo di pesca. Poi si apre la pasticceria, diremmo pasticcini alla frutta con sopra la banana e una torta alla crema, goduriosa. Ganache bianca con bergamotto e profumo di zagara. Col tempo emerge una resina deliziosa e fresca che resta a lungo nelle narici. Entusiasmante, davvero.

P. contro ogni aspettativa, ma confermando le ottime impressioni del naso, un fuoriclasse. Frutta a cassette (mango, pesca, ananas, kiwi giallo) e un “nonsochè” di legno profumato e resina, che questa volta è più sandalo e meno patchouli (grazie al cielo). Liquirizia in stringa, tanta. Si rivela anche pazzescamente agrumato, con mandarancio, ginger e una spolverata di cacao amaro sopra. Non dimentichiamo la marmellata di albicocche, onnipresente, e la crema, il miele e un filo di frutta secca tostata. Insomma, non dimentichiamo niente.

F. complesso, lungo, con resina, zucchero di canna bruciato, cacao (fava e cioccolato) e ancora una vaga sensazione tropicale di mango e cocco. La cinchona del Campari è una suggestione che non ci leviamo dalla testa.

Uno dei migliori Irish whiskey che ci sono capitati sotto tiro. Anzi, probabilmente nella top tre degli imbottigliamenti ufficiali assaggiati sinora. Non è per nulla facile domare le note del legno vergine Mizunara, specie se hanno a che fare con distillati miti come l’Irish single malt whiskey. Eppure qui tutto è sorprendentemente compatto, equilibrato, nonostante l’intensità delle note sia da panico. Non ci nascondiamo: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ichidaiji – Polkadot stingray

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