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Glendalough Pot Still (2020, OB, 43%)

Glendalough non è proprio l’ultima etichetta comparsa sulla scena Irish. Fondato nel 2011, il marchio da qualche anno ha iniziato a farsi conoscere imbottigliando whiskey proveniente da altri impianti, prima di aprire una propria distilleria nel 2019. Importato in Italia da Onesti, ha un core range piuttosto vario. Noi, grazie al master in Irish whiskey di Whisky Club Italia, abbiamo assaggiato questo pot still creato con una parte di orzo maltato e due di orzo non maltato e realizzato in small batches (il nostro è il batch #2, cask #3, tree #5 sulla ruota di Wicklow). Argutamente qualcuno durante la serata ha segnalato che non è indicato sull’etichetta “single” pot still. Nel senso che potrebbe essere un assemblaggio di whiskey pot still di due o più distillerie irlandesi. Da notare inoltre che si fa un finish (non oltre un anno) in botte di quercia vergine irlandese. Che storia. Pericoloso però: vediamo che ne esce.

N: piuttosto trattenuto, immediatamente comunica immaturità: tantissimo lievito e segatura al naso. Erbaceo, sa chiaramente di materia prima, con spighe di cereale, farina di mais e un che di acquavite, di rakjia balcanica. Olio di mandorla, poi candito di cedro. Inizio non entusiasmante, l’alcol è anche un filo slegato. In verità, la nota di lievito dopo qualche minuto si evolve, e diventa pane nero. Forse anche un cicinin di pasta frolla e albicocche cotte, unica traccia di frutta. Fresco, con vaniglia e cannella.

P: un po’ vuoto in ingresso, ma complessivamente più piacevole. Le note dominanti sono ancora erba secca e orzo, lievito e cereale, poco più. Cresce l’albicocca e compare una sfumatura quasi tropicale, ma è un’impressione. Un romantico ricorda l’emozione del campo di frumento appena tagliato. Il secondo palato si limita a un accumulo di spezie sulla punta della lingua, tra pepe nero, ginger, un po’ di curry verde. Legno (dell’Ikea).

F: non lungo, non persistente. Ricorda ancora l’albicocca, un po’ di frizzantino derivante dal lievito e dalle spezie. Chiude sul pane nero di segale imburrato.

Il giudizio è difficile, è un esperimento interessante ma complessivamente modesto. Bella la materia prima, ma oltre questo livello minimo non si sviluppa mai una vera gradevolezza. Discreto il rapporto qualità/stranezza/prezzo, anche se il passaggio finale in Virgin Irish oak è forse il maggior responsabile dello sbilanciamento generale: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mazzy Star – Into dust

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