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Glenfiddich 26 yo ‘Grande couronne’ (2021, OB, 43,8%)

Una decina di giorni fa un refolo di lusso ha lambito le nostre vite miserabili di piccolo borghesi dediti al commercio, all’alcolismo e ad altri passatempi plebei. Un membro di WhiskyFacile è stato infatti invitato a una raffinata degustazione online tenuta da… un altro membro di Whisky Facile, in un caleidoscopio di sdoppiamenti di personalità, ruoli e membri. E il primo che fa una battuta a sfondo sessuale si becca una querela, siete avvisati. L’occasione era la presentazione a una nutrita platea di appassionati dell’ultimo Glenfiddich della “Grand series”, la gamma “lavoro guadagno spendo pretendo” della celebre distilleria dello Speyside in cima alla classifica dei single malt più venduti al mondo. Si tratta di Grande Couronne, un 26 anni che ha passato gli ultimi due in ex botti di Cognac e che va a chiudere il percorso iniziato con il Gran Reserva (21 anni, finish in botti ex rum) e proseguito con il Grand Cru (23 anni, finish in barili di vino di cuvée della Champagne), con lo spin-off del Gran Cortés (22 anni, finish in Palo Cortado, solo per il mercato asiatico). Manca solo il Gran Mascalzon Cavalier di Gran Croc’ con finish in barili di pelle umana.
Così, alla presenza di giganti come Max Righi e Marco Cremonesi, pungolati dai blogger-druidi delle pozioni alcoliche e grati all’importatore Velier per l’invito, ce lo siamo sgargarozzati solo per voi. Però prima di dirvi di cosa sa (spoiler: profuma di benessere e vittoria come il Napalm alla mattina presto), una parola sul packaging. Che è una scatola riccamente ornata di decorazioni dorate e con un meccanismo a scomparsa tipo la Bat-caverna.

N: dei tre Grandi, senza dubbio quello in cui l’età ha lasciato di più il segno. L’entrata è tutta sul legno aromatico e i fiori secchi: un poutpourri su un vecchio tavolo d’epoca e Jasmine tea. Molto fine. Ma il protagonista è subito il cognac, o meglio il senso di rancio che il cognac regala al distillato, con la sua elegante corte di note di viola mammola, prugne verdi acidule, albicocca (secca e in marmellata) e arancia. Proprio l’arancia fa da trait-d’union con una burrosità in crescita, come di pasticceria. Esistono shortbread all’arancia in qualche angolo dell’universo? Altrimenti tartelette alle pesche eh, come volete. Pralina di cioccolato al latte. Un senso di polvere, di biblioteca, sfuma il tutto. Con il tempo il legno si fa ancor più profumato, come di sandalo. E non intendiamo i Birkenstock.

P: l’impatto è piuttosto attutito, setoso. Di certo non siamo di fronte a un bombardamento a tappeto di suggestioni. Coerente con l’attacco del naso, cioè secco, con un legno elegante ma severo e note di mandorla amara astringente. Il cognac emerge in seconda battuta e sembra quasi cognac in purezza, con frutta macerata poco zuccherata e pepe rosa a iosa (oggi ci sentiamo rimatori). In generale, riesce a rimanere in equilibrio fra morbidezza e tensione acida. Il tutto trova una sintesi nella frutta che ritroviamo: fruttini tropicali disidratati dolci e asprigni insieme (ananas, mango, papaya), kiwi gold e le immancabili pescalbicocca. Col tempo crescono le spezie, che fanno un effetto christmas pudding ma senza caramello colante sopra.

F: medio-lungo, con una parte astringente di té che si stempera in marmellata di prugne e albicocche. Ancora morbido e acido insieme.

Signori della giuria popolare, siamo di fronte a un caso complesso, ricco di aggravanti e scusanti, alibi e moventi. Un whisky senza tempo e assai nobile, con un portamento aristocratico, e che però mantiene una vivacità vibrante da applausi. D’altro canto, si grida al sacrilegio per quei 3/4 gradi alcolici mancanti, che ne avrebbero amplificato la potenza sensoriale. Nel complesso è elegante, anche piuttosto vivido, ma manca sempre di quel tocco in più (in profondità o in intensità) che ci farebbe andare in visibilio. La realtà è che è un whisky composto, e noi lo apprezziamo composti: 87/100.
Piccola chiosa sul packaging sardanapalesco. Per noi il packaging è come un’automobile: sappiamo che in molti giudicano l’autista in base alla macchina che guida, e dunque comprendiamo la scelta di voler apparire splendidi. Però noi siamo modesti proprietari di anonime Golf nere e viviamo l’auto come un puro mezzo di locomozione che ci consente di andare da A a B ascoltando musica e inquinando l’atmosfera. Ergo, la scatola con le decorazioni nepomucene “ce rimbalza”.

Sottofondo musicale consigliato: Alliance Ethnik – No limit.

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