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Glenrothes 11 yo (2009/2020, Milano whisky company, 51,2%)

glenrothes-milano-whisky-company

In un tempo sospeso in cui nessuno fa più nulla, non si va allo stadio la domenica, non si va a judo il martedì sera e non ci si droga il venerdì, è sempre più difficile scandire l’incessante scorrere dei giorni. Per fortuna, a segnalarci che siamo più vecchi arriva il secondo imbottigliamento di Milano Whisky Company, la nuova etichetta indipendente fondata da Enrico, Matteo e Fabrizio. I quali hanno preferito rilasci singoli e distanziati di qualche mese rispetto alle serie annuali e così – dopo il Longmorn 8 yo dello scorso autunno – ora lanciano un Glenrothes 11 anni. La botte è il refill hogshead 5291, il grado è ridotto, nessuna colorazione né filtrazione. Glenrothes raramente ci fa impazzire, per quel suo carattere del distillato così indomabile. Vediamo se anche lui si inchina alla grandezza di Milano, capitale whiskosa d’Italia.

N: ecco, dicevamo? Ve l’avevamo detto, noi, come Puffo Quattrocchi… C’è subito un problema, che incidentalmente è anche la soluzione: sa di Glenrothes. Difficile sapesse di Asti Cinzano, direte voi. E direste bene. Ci sono tutti i tratti somatici del distillato di casa: un senso di “noce metallica”, parafrasando la celebre arancia, cioè frutta secca (nocciole) e rame. Ecco poi una nota acida limonosa e una floreale, come di profumo femminile, a fare da contraltare. Giovincello, impasto di dolce crudo con vaniglia. Qualcosa di verde e croccante, che potrebbe essere sedano bianco, oppure insalata iceberg.

P: un filo troppo alcolico in ingresso. Ora l’acidità arriva prima: molto limone, nocciola verde. Emerge ancora il metallo, forse più distintamente rispetto al naso, con un che di olio di semi a completare quella dimensione un po’ sporchina. C’è poi del pepe bianco e del legno acerbo, che allappa un po’. In generale è un palato più giovane dei suoi 11 anni. Di sicuro non è banale. La parte vegetale è forse l’aspetto più intrigante, ma anche il suo limite..

F: …perché dopo quella, resta poco. Zero frutta, chicco di malto, finale molto corto. Cade brutalmente e insindacabilmente pulito.

Partiamo dalle cose positive: è un single cask che rispetta perfettamente alcuni tratti della distilleria madre, tra cui le note di frutta secca e quel tocco di metallico così distintivo. E questo, anche se Glenrothes non è certo tra le nostre favorite, è un pregio sempre, perché l’autenticità va premiata. Per il resto, è un whisky ancora orgogliosamente giovane che ha la sua forza nell’anima “verde e acerba” ma che a nostro gusto pecca in frutta e cremosità, non pervenute. Con un finale meno interruptus saremmo stati più generosi, ma resta una bevuta piacevole e spensierata. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Hives – Hate to say I told you so

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