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Ancnoc Peatheart (2019, OB, 46%)

Ogni volta che ci apprestiamo a recensire un anCnoc, avvertiamo il peso del dovere divulgativo come degli Alberto Angela meno fighi. E come Alberto Angela con Cleopatra, che ormai si sarà annoiato pure lui di parlarne, torniamo sul grande dilemma del nome di questo whisky. Per chi se lo fosse perso, quando InverHouse nel 1988 acquista la distilleria Knockdhu (“la collina nera” in gaelico), poche miglia a est di Keith, ma già fuori dallo Speyside, si trova in imbarazzo. Infatti sul mercato c’è già Knockando e i ragazzi del marketing già si prefigurano una vita di difficoltà a cercare di far capire la differenza e la diversa pronuncia. Così, con saggezza tutta scozzese, chiamano il whisky anCnoc, “una collina”. Di norma, il distillato di anCnoc è fra i più amichevoli in assoluto, fruttatone bonario e mielato, non esattamente da “collina nera”. Negli ultimi anni, però, sono sempre di più le espressioni torbate, realizzate con la torba delle colline vicine alla distilleria. Accanto alla “peat collection”, da un paio di anni c’è anche Peatheart, cuore di torba (e di tenebra), un NAS da orzo torbato a 40 ppm di cui assaggiamo il batch n. 2.

N: una ventata fresca, con una fruttina dolce e acidina tra pera decana, lime e uvaspina. Col tempo anche platano. Il tutto ovviamente bruciacchiato, a dare un senso di mojito rovesciato in un portacenere. A dispetto di questa descrizione, in realtà la sensazione generale è buona e il naso non mostra particolari difetti. E’ giovane (e si sente dai canditi vividi), è torbato (falò di legna verde, piuttosto fumoso). Tutto parla la lingua della fresca leggerezza, balenano qui e là note di talco, felce e qualcosa di mela granny. Tanto rosmarino e friggitelli alla griglia, ma proprio in maniera netta e persistente.

P: qui il profilo si fa meno leggiadro, nel senso che la dolcezza molto fresca del naso si fa un po’ più facilona (vaniglia carica, sciroppo di zucchero, caramella fondente alla frutta gialla). E anche la torba diventa meno delicata, prende la via del bruciato: il fumo dell’olio di oliva bruciato, per la precisione. Il corpo non è strutturatissimo, ma lascia una patina oleosa piacevole. Banana verde, limone in crescita (anche i nocciolini) e forse zucchero bruciato. Accanto al rosmarino, più evidente che al naso, quella nota di talco si ripresenta. E ce la saremmo evitata volentieri.

F: piuttosto lungo, cenere, balsamico con canfora bruciata e mojito fatto con l’Ardbeg (idea per i bartender, poi vi mandiamo l’iban). Curiosamente spunta una nota dolce e marina, come di capasanta affumicata.

Come spesso si dice per gli speysider torbati: “Si sente che non è Islay”. Archiviata questa ovvietà, non ci resta che tirare le somme: un whisky onesto, che non nasconde la gioventù e non spara a casaccio raffiche di torba violenta. Rimane invece piuttosto fresco e piacevole, anche se non eccessivamente complesso. In generale, il palato convince un filo meno del naso, anche se poi il finale recupera un punticino. 83/100, un torbato estivo da diporto che trovate anche su Aquavitae.

Sottofondo musicale consigliato: Cypress Hill – Yo quiero fumar mota.

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3 thoughts on “Ancnoc Peatheart (2019, OB, 46%)

  1. Absit iniuria verbis, ma è “Knockdhu” che significa “Collina Nera”, mentre “Ancnoc” significa semplicemente “Una collina”, essendo “An” l’articolo indeterminativo “un/una”, “Knock/cnoc” collina e “dhu” nero/a.
    Scusate, forse ho già bevuto troppo…

    1. Decisamente no, siamo noi ad aver bevuto troppo – hai perfettamente ragione, meglio dismettere rapidamente i panni di Alberto Angela… 🙂 Grazie per la segnalazione, correggiamo subito.

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