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Ailsa Bay 1.2 ‘Sweet smoke’ (2019, OB, 48,9%)

Dello strano caso di Ailsa Bay, la mega-distilleria delle Lowlands che negli ultimi 10 anni è diventata argomento di accanita discussione e ha messo contro gang di whiskofili disposti a uccidere in suo nome, abbiamo già scritto qui. In breve, il gruppo William Grant & Sons, proprietario di Balvenie, Glenfiddich e Kininvie, nel 2007 ha aperto presso la sua distilleria di grano nelle Lowlands (Girvan, nell’Ayrshire) una distilleria di single malt, mostruosa sia per grandezza che per innovazione: 16 alambicchi in grado di produrre 4 stili diversi di whisky, dal torbatone al sulfureo. L’esperimento – tanto affascinante quanto inquietante – procede. E noi, che come in Matrix tanti anni fa abbiamo scelto la pillola rossa e vogliamo rimanere nel Paese delle meraviglie dello Scotch, affrontiamo oggi la seconda release, questo “1.2 Sweet smoke”. Il quale ha bisogno delle istruzioni esplicative come il Bjursta dell’Ikea, che qui le cose semplici non ci piacciono. Trattasi di single malt realizzato con torba e dolcezza in proporzione 22:19, ovvero torbatura a 22 ppm (misurata dopo la distillazione, non dopo il maltaggio, quindi piuttosto intensa) e dolcezza a 19 sppm (Sweetness parts per million), metodo inventato dal master blender Brian Kinsman. Tutto qui? Giammai! Perché c’è anche la “micro maturazione”, ovvero invecchiamento iniziale di 6-9 mesi in botticelle di Hudson Baby Bourbon (che abbiamo appena bevuto, tra l’altro) da 25 a 100 litri e poi trasferimento in barili standard, virgin, first fill e refill. Sfiniti da tanto ardore intellettualistico e da tanto nerdismo, non vediamo l’ora di semplificarci la vita bevendolo.

N: che bella dolcezza da pasticceria, a prescindere dai sppm: cannoncino alla crema con lo zucchero a velo sopra, banana bread e banana split. Lemon curd e dessert alla vaniglia (facciamo pubblicità e diciamo Danette: cari amici della Danone l’iban ve lo mandiamo dopo). La frutta prende la forma della mela gialla. La torba si sente da subito, più composita del previsto: sembra fatta di una parte organica, che però resta dolce, quasi costina glassata, ma senza quella parte di porco unto. Infatti il naso è fresco, meno appiccicoso di quello che la nostra descrizione potrebbe lasciar presagire. Dopo un po’, dalla sensazione torbata emerge un che di cenere, che ci sta proprio bene. A 50% non si sente l’alcol.

P: mmm. Qui è subito meno convincente. Innanzitutto l’alcol spara un po’ di più, ma quel che più stona è quel che emerge ingombrante e sgraziato oltre la torba verde: note di bagnoschiuma e saponetta alla pesca (che solo Zucchetti ha mai assaggiato, invero, ma non gli chiediamo conto delle sue debolezze alimentari). Una dolcezza iper-zuccherina e poco naturale, di caramelle gommose industriali, per un palato “infantile”, se non fosse per la torba. Che c’è ancora, ma fa un passo indietro, restando più verde e basica rispetto al naso. Insalata iceberg.

F: persiste quella nota di saponetta che non se ne va. Ancora crema e budino alla vaniglia. Un senso di fumo, quasi bruciato.

Ogni volta che ci imbattiamo in questi progetti affascinanti, la nostra parte più concettuale e curiosa va in sollucchero. Ci fa impazzire questa ricerca spasmodica del dettaglio, questa tentazione superomistica di controllare ogni aspetto fin nei decimali, Però poi quando la nostra parte istintuale tracanna il dram, deve essere soddisfatta, altrimenti come dice il filosofo “sticazzi dei ppm”. Purtroppo qui a un naso davvero intrigante dove lo sweet abbraccia lo smoke in maniera convincente, segue un palato scombiccherato, dominato da questa dolcezza da lecca-lecca aromatizzato che non se ne va via. E che guasta un po’ tutta l’esperienza. Peccato, perché il voto è frutto di questa schizofrenia sensoriale. Naso da 86, palato da 72, ci fermiamo a 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: Marilyn Manson – Sweet dreams (are made of this), cover degli Eurythmics

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