Sabato scorso, per la seconda settimana di fila, abbiamo avuto l’occasione di passare una serata al 1930, l’elegante speakeasy milanese giustamente sulla bocca dei più, sia per l’atmosfera magicamente retrò che per la qualità altissima del bartending che vi si pratica. Noi abbiamo partecipato alle due degustazioni conclusive del ciclo “L’alchimia del whisky“, un nuovo format a metà tra la degustazione classica e la mixology, firmato dal whisky enthusiast Marco Maltagliati e da Marco Russo, titolare del 1930. Dopo sei incontri, i due si prenderanno ora una meritata pausa, perché manco a farlo apposta diventeranno

entrambi e per la prima volta papà a giorni, forse a ore, e quindi, insomma, di fronte allo spettacolo della vita anche l’acqua della vita dovrà pur cedere il passo. A settembre poi sono state annunciate grandi cose, visto che le distillerie di Scozia, come si sa, sono parecchie decine, di cui molte con caratteristiche uniche e proprio il format de L’alchimia del whisky sembra andare nella direzione di un ciclo di appuntamenti dedicati alle singole realtà produttive. E così infatti le serate a cui eravamo presenti sono state incentrate rispettivamente su Springbank e Glen Grant. Due distillerie storiche, che hanno più volte sfornato imbottigliamenti entrati nel mito. Ma andiamo con ordine.
Alla prima degustazione, Marco Maltagliati è stato affiancato nella presentazione della storia e del modus operandi di Springbank da Maurizio Cagnolati, che la distilleria la conosce come le sue tasche, vivendoci accanto ed essendo importatore in esclusiva per l’Italia del pregiato distillato di Campbeltown. Maurizio ha impreziosito la serata con aneddoti gustosi (sapevate che Springbank non ricorre a nessun processo di automazione industriale pur di impiegare il maggior numero di persone, ridistribuendo così ricchezza sul territorio? No? Bestie!), ma di livello altissimo sono stati anche i single malt assaggiati, tutti e tre ufficiali: l’entry level 10 yo, il 12 anni Cask Strength e il Green 13 yo, edizione limitata full sherry e da
orzo 100% biologico. Ai primi due whisky è stato abbinato un cocktail, giocando con le note salmastre, sapide e fumose del 10 anni e poi con la potenza degli oltre 50 gradi del CS. Assolutamente degno di nota il primo drink, che mettava la dolcezza di un Sherry Pedro Ximenez e di un peach Brandy contro la mineralità del ‘piccolino’ di casa Springbank. Potete immaginare le nostre facce attonite nel sentire la terra salata del distillato tornare prepotentemente nel retrogusto a spazzare via le note dolci. Uno spettacolo maestoso, che da solo è valso la serata.
Non contenti, però, e grazie al gentile invito dei due Marco, abbiamo presenziato anche all’appuntamento Glen Grant, che ha visto ulteriormente alzarsi l’offerta. I whisky erano infatti quattro, con due cocktail ad accompagnare i primi due, e per non farsi mancare nulla una tartina di salmone marinato nel whisky a fare da spartiacque a metà degustazione. Il vulcanico Maltagliati, reso ancora più scoppiettante da una moglie scherzosa, che via telefono si divertiva ad annunciare falsamente l’imminente venuta al mondo del primogenito, questa volta ha dovuto reggere da solo il peso della degustazione, riuscendo bene grazie a uno stile agile e davvero lontano dalle classiche degustazioni di whisky, così come le conosciamo. Si è riso parecchio e nessuno si è privato del gusto di una battuta ad alta voce, infierendo anche volentieri sulle ansie del quasi neopadre, come lo staff del 1930 ama fare.

Entrando nel dettaglio, la serata ha avuto un curioso andamento discendente: gradevole il 16 anni di distilleria, full bourbon fresco e beverino con generose note di malto e frutta gialla; e ancora più interessante è stato il Cellar Reserve 1992/2008, dalla struttura decisamente più complessa grazie all’apporto di botti Sherry Oloroso. Assaggiare questi due malti ha rinforzato una volta di più la convinzioni che oramai ci accompagna severamente ogni volta che si parla di Glen Grant, l’unica distilleria battente bandiera italiana, da anni proprietà di Campari. Proprio nel nostro Paese la distilleria di Rothes ha percorso una strada insolita, spingendo fieramente il 5 anni, disponibile unicamente sul mercato nostrano e invero dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, ma perdente nel confronto con altri whisky dello Speyside di consumo che hanno almeno il doppio dei suoi anni d’invecchiamento. Il buon Michele ha fatto il resto, consacrando Glen Grant come un malto di poca personalità, dal “colore chiaro e gusto pulito”, per l’appunto. E invece, pur consapevoli della crescente perdita d’importanza del nostro Paese nelle strategie delle multinazionali, siamo convinti che imbottigliamenti molto validi come il 16

anni e il Cellar 1992 (entrambi sui 60 euro), per non parlare del pluripremiato 10 anni troverebbero, se presenti sugli scaffali dei negozi specializzati alias le enoteche, un largo apprezzamento presso il consumatore italico, sì asfittico nei volumi ma discretamente preparato ad apprezzare la qualità in un prodotto. Dove li mettiamo Eataly, l’italian way of life e la Dolce Vita, suvvia?! Tornando tra le pareti del 1930, sicuramente un bell’esempio di qualità dei prodotti l’ha dato ancora una volta Marco Russo coi cocktail proposti, accostando in maniera funabolica whisky e liquore alla liquirizia, per dirne una. Per finire, ci concediamo un inciso sugli ultimi due whisky in purezza, francamente non del tutto indimenticabili. In passato avevamo già assaggiato senza entusiasmarci il Five Decades e dobbiamo confessare che nemmeno l’imbottigliamento per il 170esimo anniversario ci è parso all’altezza del passato glorioso di Glen Grant.
Ma la speranza è dura a morire e siamo sicuri che a settembre saremo ancora pronti a sognare, alla ricerca dell’Alchimia del whisky.
2 thoughts on “L’alchimia del whisky al 1930”
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