Ci abbiamo preso gusto, il format dell’estate lo portiamo avanti. Oggi tre bestie dal passato, ormai semi introvabili. Le recensioni che preferiamo: quelle inutili.

Jack’s Pirate part X (2016, Jack Wieber, 51.5%)
L’imbottigliatore tedesco seleziona single malt di Islay senza indicazione né di età né di distilleria. Il decimo imbottigliamento della serie è il barile numero 097, che ha contenuto sherry in precedenza. 194 bottiglie. C: cremisi. N: un carnevale di carne di maiale alla brace, dai wurstel alle braciole di maiale, tutte coperte da salsa barbecue. C’è questo mix di falò, note acetiche e dolci e sapidità che è davvero molto gastronomico. A questa grassezza unta e goduriosa si aggiungono pennellate di dolcezza che fanno molto PX: uvetta, sciroppo di amarena, polvere di caffè. Tiramisù ai frutti rossi anche. P: lo sherry esonda, la parte unta fa un passo indietro. Bruciato, tanto, con carbone e tannini, e anche bucce di arancia, prugne secche e di nuovo uvette: quelle carbonizzate di certi panettoni. Il secondo palato è più acidulo, amarene, e anche più amarognolo: fondi di caffè bruciati e olive nere. F: lungo, sherroso e bruciato, ma più composto rispetto al palato.
Qualcuno dice che questo sia un Lagavulin e potrebbe tornare: il corpo grasso e con le spalle larghissime potrebbe essere lui. Un whisky ad altissimo volume, in cui sia la torba sia lo sherry fanno a gara a darsele. Molto invernale, molto lungo, molto Islay. 88/100.

Spey Trutina batch 1 (2018, OB, 59.1%)
Il cask strength senza indicazione di età della distilleria Spey, invecchiato in botti ex bourbon. Avevamo assaggiato l’edizione del 2019, oggi beviamo quella dell’anno prima, che poi è il primo batch. C: chiarissimo. N: una ventata di banana, sia gialla sia verde, con pera e melone bianco. Le caramelle fondenti alla banana, anche. Pane burro e zucchero, anche. In generale, è fruttato e dolce, con una discreta freschezza. L’alcol è molto integrato, ci si dimentica che sia a quasi 60%. P: anche al palato l’alcol è ben integrato tra la frutta e il malto. La frutta è ancora la stessa, identica: banana, pera e melone bianco. Vaniglia, certo, con confetti alle mandorle, anche. Porridge con la vodka. Questa è bella eh? F: mandorla, cereali e banana di nuovo.
Esattamente come nell’altro batch, siamo molto colpiti dalla purezza e dall’onestà del profilo, che vuole essere proprio questo: un giovane speysider a grado pieno invecchiato in bourbon. Per questa missione, ha tutte le qualità, a cui si somma una buona integrazione dell’alcol. Però forse siamo diventati più severi, quindi all’onestà senza complessità diamo un voto altrettanto onesto: 84/100.

Glenlossie 8 yo (2010/2019, Lady of the Glen, 56.8%)
Invecchiamento in bourbon hogshead, finish in botti ex Porto Ruby. C: oro rosa. N: acetico (ma solo una punta) e floreale, con un bel mix di spremuta d’arancia, maracuja e albicocche secche. Il finish in porto si sente, ma è delicato. Crostatine ai frutti rossi, pasticceria mediorientale con i petali di rosa. Melograno anche. Non è troppo espressivo, i sentori sono sussurrati, ma precisi. Col tempo si fa più erbaceo (tisana), come Glenlossie esige. Con acqua emerge un’ombra di cantina umida. P: è come se al palato qualcuno avesse strappato via i delicati tendaggi aromatici dell’olfatto: si fa asciuttissimo, acuminato. Intendiamoci, una parte di dolcezza – ancora pastafrolla, ancora marmellate di fragole e frutti rossi – c’è ancora. Ma il barile qui getta la maschera e mette sul banco tannini, legno, foglie secche, insomma quelle cose lì. Toast con marmellata di arance amare, un accenno di vinosità e prugne secche. L’alcol è abbastanza teso (due gocce d’acqua aiutano), pepe rosa a mazzi e ancora un filo di florealità. F: media lunghezza, agrumato e leggermente amarognolo.
Meglio il naso del palato, dove succede quel che succede purtroppo spesso con i finish in porto, che prendono una via di astringenza non piacevolissima. Niente di drammatico, difetti grossi non ne ha, però risulta un po’ difficilino alla beva. 82/100.
