Bon, abbiamo finito il calendario dell’Avvento. Solo che non è Natale, ma è quasi Pasqua. Però noi non siamo particolarmente legati ai rigori del calendario ecclesiastico, percui come direbbero gli amici di Roma che sono venuti a trovarci al banchetto la scorsa settimana: “Sticazzi”. Chiudiamo oggi il “Whisky tour of the world” di Gravity Drinks, la (bellissima) confezione che racchiude 24 samples di whisky da ogni angolo del globo, raccolti in veri e propri volumi da mettere in libreria. Fra gli ultimi tre, il Puni Gold lo abbiamo già recensito ed essendo la stessa release non ci ripetiamo come Paganini. L’Hatozaki invece è un blended, mentre noi abbiamo assaggiato il Pure malt. Il single malt della Tasmania invece è una assoluta primizia. Che dire, si bevano gli ultimi della batteria. Caro “Whisky Tour of the World”, ci mancherai.

Lark classic cask (2023, OB, 43%)
Distilleria aperta nel 1992 dai coniugi Lark a Hobart, capoluogo della Tasmania, Australia. Questa release invecchia in botti ex sherry ed ex porto. C: oro rosa. N: sembra di arrivare al banchetto del caramellaio alla fiera, tra marshmallows, fragole, Big Babol e chi più vuole le carie più ne metta. Insomma, tanta frutta rossa, anche qualcosa di ciliegia, dovuta soprattutto alle botti ex Porto. Riesce comunque a mantenersi fresco, c’è come un qualcosa di aranciata rossa sanguinella. Ora diciamo una cosa forte: sentori di Kalimotxo, la bevanda basca a base di vino rosso e Coca Cola. Sa di bibita, di cose fruttate un po’ artificiali e zuccheri. Col tempo si complica un po’, si aggiungono uvetta, datteri, perfino un filo di fumo. P: in bocca recupera una parte amarognola e secca che non sospettavamo. Ai bon bon fragolosi del naso si aggiunge una parte astringente, una certa acidità da vino, e del legno: noci, anche. Il distillato è giovane, ma i barili hanno lavorato alla svelta. Lamponi, liquirizia pura, zenzero e fondi di moka. F: acido e lungo, fa salivare. Ancora caffè acidulo e arancia rossa.
Interessante, più passa il tempo più si stempera la parte piaciona e un po’ stucchevole del porto e si fa apprezzare lo sherry. Che è come se gli desse una sgridata epica e il monello torna seduto composto e severo. 82/100. Forse ecco, fin troppo severo alla fine: allappa un po’.

Hatozaki finest blended (2023, OB, 40%)
Se è “finest”, chi siamo noi per non crederci. C: riesling, ma annacquato. Insomma, quasi trasparente. N: sporchino, calze bagnate e stuoie umide. Ha qualcosa della vodka di patate, e non ci pare sia una medaglia al merito. Fresco, con cereale, vaniglia, cocco, zucchero a velo e un profumo di APA, quelle American Pale Ale luppolate con sentori di fiori bianchi e pompelmo. Ci sentiamo anche qualcosa di latte macchiato, che può essere tradotto con “cremosità e un che di tostato”. Glassa. P: acquoso e leggerissimo, quasi innocuo, quasi inutile. Fatichiamo a trovare qualche nota più specifica di un generico “cereale dolce”. Qualcosa di pepe bianco, qualcosa di carambola, qualcosa di acquavite e new make. Cioccolato al latte, forse confetto al cappuccino. Non fa schifo: semplicemente non sa di quasi nulla. F: pizzicorino alcolico, un mix di zuccheri e un’idea di fumino. Sedano, indivia.
Perché? Perché fare un whisky che non sa praticamente di nulla? E farlo anche decentemente, perché non ha difetti marchiani, eh. A parte il fatto di non sapere di nulla, che forse non è la dote migliore di un whisky. Neppure di un blended: 74/100.
Finiti i samples, fateci tirare due somme e dare due riconoscimenti. Questo “Whisky tour of the World” secondo noi lo vince… Il Cotswolds Virgin Oak. Menzione d’onore per lo Scotch single malt di Nc’Nean, il Kavalan triple sherry e l’Archie Rose australiano in botti ex Apera wine. Sorprendente.
Non daremo gli Oscar al contrario, perché a Natale siamo tutti più buoni, perfino se postiamo le rece dell’Avvento a fine marzo. Vi basti sapere però che in Messico fanno ottimi mezcal, tutto sto accanimento per fare il whisky non ci sentiamo di sostenerlo, ecco…
Comunque, che viaggio.
