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Puni Aura Limited edition 01 (2012/2019, OB, 56.2%)

Non per citare Elio e le Storie Tese, ma nell’armadietto della nostra fantasia c’è un fottio di whisketti. Disperso in un angolo, c’è anche un sample di Puni Aura che arriva diritto diritto dal Whisky Revolution Festival di Castelfranco di ormai quasi quattro anni fa, quando ci divertimmo a fare una recensione collettiva di un po’ di cose. In quell’occasione assaggiammo anche la prima release della serie Aura, che la distilleria di Glorenza ha dedicato al “viaggio del whisky nella botte”: imbottigliamenti limitati e a grado pieno e a sola base malto. Questa nella fattispecie è invecchiata per sei anni e mezzo in botti ex bourbon (2 anni) ed ex Islay (i restanti 4 abbondanti), che hanno dato 393 bottiglie. A Castelfranco lo avevamo assaggiato nel mezzo del delirio e dell’amicizia, ora proviamo a farlo con più calma e attenzione. Il colore è quello del vino bianco.

N: timidamente pulito, si apre (a fatica…) su note di agrumi appena accennati. Agrumi “alti”, nel senso di acidini più che dolci: kumquat e limone, seguiti anche da un tocco di acetone abbastanza evidente. Poi, quando ancora uno sta cercando di capire bene come decrittare il lato fruttato, ecco palesarsi sotto casa la torba, minacciosa come un bullo al liceo. Parecchio fumo, con la cenere intorno, in cui si incastrano ricordi di distillato, con impasto lievitato delle ciambelle e soprattutto succo di mela. Renetta per la precisione. C’è anche – leggero – un che di profumatore d’ambiente. La gradazione tira il freno a mano, ma nel complesso sembra un whisky torbato ben costruito.

P: clamorosamente bruciato, come dissero gli spettatori del rogo di Giordano Bruno in Campo dei Fiori il 17 febbraio del 1600. E’ una detonazione inaspettata di carbone, fuliggine e cenere, come se per sbaglio mangiassimo della carta di quotidiano bruciata servita per accendere il barbecue. Su questo letto di braci fumanti si innestano note intense di liquirizia, disinfettante e amaro alle erbe versato e servito in un posacenere. Al di là della coltre impattante dei barili ex Islay, c’è una dolcezza basica fatta di biscotti, pandoro e zucchero a velo. Ah, merita una nota l’alcol, che è integrato in maniera eccellente. Diluito, aumenta il lato fruttato, spuntano persino frutti rossi, come le ciliegine candite dei cocktail. E anche mandarino.

F: tanta fuliggine, disinfettante e spezie (chiodi di garofano).

Gran bella sorpresa, soprattutto per quanto riguarda la potenza di fuoco. Un whisky che è un uppercut alla mandibola, soprattutto al palato, dove la torba è così implacabile da far impallidire anche certi Octomore. Sul serio, forse perché non ce lo aspettavamo, ma in bocca il bruciato è totalizzante. La gioventù e i barili ex Islay influiscono molto, anche se inevitabilmente la complessità non è proprio la prima qualità di questo dram. Detto questo, siamo ben sopra la sufficienza, e quindi lo premiamo per la potenza senza controllo con un 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Frei.Wild – Ti ha dato un calcio in culo

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