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Springbank 21 yo (2021, OB, 46%)

Questa è la prima recensione di questo sito fatta su rotaia. Alcune erano state fatte su gomma, durante un rientro sulla A4, altre in aereo verso le isole britanniche, ma mai nessuna era stata ispirata dal dolce rollio del treno sui binari. Doveva succedere, ed è bello che sia successo per uno Springbank 21 anni, che – ce ne rendiamo conto solo ora con orrore – non avevamo mai recensito nella sua versione “contemporanea”. L’edizione 2021 che ci siamo versati nei pratici Glencairn da viaggio, incuranti dei controllori che ci guardavano male e di chi ci offriva snack dolci o salati, è maturata per il 35% in botti ex sherry, per il 35% in botti ex porto e per il 30% in botti ex bourbon. Tutti in carrozza, si parte.

N: difficile che il macchinista abbia messo un Arbre Magique che arriva fino alla carrozza 4. Quindi questa nota di resina di pino così aromatica e balsamica proviene proprio dal bicchiere. Insieme a un velo di torbina che ricorda un camino spinto, con la cenere lasciata lì qualche anno fa. Pian piano spunta la parte dolce, con marmellata di fragole e limoni (la fanno i genitori di Zuc, se volete assaggiarla sentite lui…). Molto complesso, tutto si intreccia e ci si perde fra le sensazioni. C’è ancora della resina aromatica che ricorda la Mastiha greca, e che confina con una mineralità vaporosa di stireria e polvere di sassi, vento che alza una sabbia minerale. La mineralità a sua volta confina con un tocco di cera, di mela gala sudata. Mela gala che ci apre le porte della frutta, con chips di pesca e gelatina di melograno. Ecco, la frutta dolce (le botti di porto…) è forse il lato che più emerge sul lungo. Aromatico da paura. Ah, dimenticavamo un tratto discreto di pietra focaia, blandamente sulfureo.

P: il primo impatto è stordente: sembra un whisky molto più vecchio, da un’altra epoca. C’è, inaspettatamente, un old bottle effect pazzesco, di cera e carta invecchiata, che ci spedisce nello spazio. L’attacco è zuccherino, pari pari al naso, con fragola, pesche cotte e cotognata. Poi si fa abbastanza rapidamente più asciutto e complesso. Tutto avviene sotto il “tetto” di un legno umido, di warehouse, che di fatto tiene insieme le varie anime. Quella speziata, che va dalla paprika affumicata al cumino in polvere; e quella più tostata, fatta di caffè torrefatto e noci ammuffite. Il porto fa capolino qui e là, ma con sobrietà. Il retrogusto, oleoso e insistito, è il marchio di fabbrica di Springbank, con quell’accenno di fumo, metallo sporchino e sapidità.

F: infinito, con fragole cotte e salate, olive nere e cereale affumicato. Glorioso.

Due cose ci hanno colpito più di altre, ovvero l’espressività dell’olfatto, in cui trovano un equilibrio sensazioni distantissime fra loro, e quel senso di autorevolezza antica del palato, con sfumature che si trovano in bottiglie di parecchie decadi fa. Tutta questione di bravura del master blender, ovviamente, ma anche merito dei legni, dosati in maniera intelligente per far emergere sia il dna del distillato, sia quel senso di frutta rossa e legno umido che arriva dai barili. Ed è così che il tocco vinoso, astringente e curioso, risulta però integrato con la dolcezza. Ce lo aspettavamo buono, e lo è eccome: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vashti Bunyan – Train song

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