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Paura e delirio in America

Concludiamo il resoconto del master in American Whiskey tenuto da Whisky Club Italia con una specie di carnevale di Rio di sperimentazioni e rarità, curiosità e cotillon. Che poi questa originalità smodata nei mash, negli invecchiamenti e nei metodi di produzione è anche quel che rende il mondo dell’American whiskey così dinamico e interessante. Il rovescio della medaglia è che non sempre la qualità media è sufficiente. Ma andiamo ad accertarcene di persona. Promettiamo che saremo brevi e circoncisi, come diceva Abatantuono.

Dry Fly Straight cask wheat whisky (2019, OB, 60%)
La Dry Fly distilling sorge a Spokane, Stato di Washington, ma non sulla costa, bensì al confine con l’Idaho. Il mash è al 100% frumento, 6 giorni di fermentazione, carbonizzazione delle botti livello 3, tre anni di invecchiamento. L’alambicco è un pot stil ibrido con colonna di rettifica. N. tocco di acetone ma si stempera subito. L’alcol viaggia a fiammate, può sterminare cellule nasali senza pietà. Però qualcosa emerge: un accenno balsamico, cedro, canditi e cacao amaro. Panna cotta alla ciliegia. P. ecco, qui l’acetone è più netto, e conferisce al palato toni aciduli, cerealosi. Si fa più mentolato, che col cacao di prima crea l’effetto After Eight, come dice Claudio. Tamarindo, anice. Non sgradevole e neanche feroce. Con acqua si fa più dolce e spunta un accenno di crema al limone. F. incredibilmente corto, forse inesistente, come se evaporasse e lasciasse senso di crusca amarognola.
Difficile votarlo, qualche aspetto piacevole c’è, ma al di là della sperimentazione si fatica a coglierne il senso commerciale. Non da bere liscio, non da bere in mixology. Pura curiosità: 76/100.

Dry Fly Straight triticale whisky (2018, OB, 44%)
Stessa distilleria, stessa esca per la pesca alla mosca come logo. Cambia il mash, a base di triticale, un cereale ibrido fra segale e frumento. Non è a grado pieno, ovviamente. N. non tanto acetone, ma detergente alcolico saponoso. La prima nota non fa impazzire. La seconda, invece, parla la lingua del cereale: crusca e farine integrali, insieme ai canditi di pera e ginger. Col tempo emerge qualcosa di polveroso, tra la terra e le spezie macinate miste. Ha bisogno di tempo. P. molto più dolce e diretto del fratello, con tanto cocco e zucchero a velo e vaniglia ovviamente. Resta sempre un filo acido in bocca, non l’acidità dell’agrume, ma del cereale fermentato. Birra ale? Poi sul finale verte sul piccante, ma non al livello dei rye. F. pepe, dolcezza di caramello un po’ fintina e floreale (lavanda), breve.
Resta a metà del guado, senza decidere se prendere la via della dolcezza o quella della piccantezza muscolare. E mentre decide, lascia aleggiare una nota floreale che parte sgraziata ma alla fine non stona neppure troppo. Meglio del fratello, sicuro, ma non da perdercisi. 78/100.

Abomination ‘The Crying of the puma’ (2017, OB, 54%)
Eccoci a commentare il secondo imbottigliamento della Lost Spirits, la distilleria più lisergica del mondo. Un’espressione l’avevamo già assaggiata e vi rimandiamo a quella rece per capire che tipo di follia animi questa gente. Ma stiamo sul puma: che è un Caol Ila di circa un anno invecchiato in California per 12 giorni in maniera accelerata nel reattore THEA, aggiungendo doghe di rovere americano immerse in Riesling a vendemmia tardiva. Chiamate la neuro. N. la torba è evidente, e si sente anche il sale. Ma tutto è sporcato da note unte, di grassi da officina e da salumeria, uniti a una dolcezza imbarazzante e sgraziata. Frutta rossa processata, gommose alla fragola. Eppure – anche senza traccia di eleganza – non è osceno. Anzi, a dirla tutta se la gioca con certi NAS scozzesi. Intensità notevolissima, si sente da larga distanza. Con acqua a tratti sembra Caol Ila davvero, ma più sul versante del cuoio conciato. P. torba super carica, acre, abnorme: tubo di scappamento, petroliera incendiata con i cormorani che muoiono a frotte. Sa proprio di gas esausti. Poi arriva anche una botta di cioccolato, forte come un cazzotto in faccia, dolce e amaro. Fin qui, tutto ok. Ma l’invecchiamento accelerato causa un crollo verticale nel secondo palato, con una sensazione di cartone e polvere e new make. F. ancora liquirizia e un po’ di cartone. Limone bruciato, creosoto, caramello. Medio lungo.
Non così abominevole come il nome detterebbe, sicuramente ci sono eccessi che non aiutano a smussare gli spigoli, ma ‘sto puma quasi quasi ce lo portiamo a casa e lo mettiamo a cuccia nell’armadietto: 82/100.

Jefferson’s Ocean aged at see Voyage 17 – straight bourbon whisky (2019, OB, 45%)
Jefferson’s è una realtà artigianale nata in Kentucky nel 1997. La peculiarità è però la serie Ocean, in cui i barili sono fatti maturare a bordo di navi che percorrono rotte transoceaniche. Nella fattispecie, le botti sono partite dalla Georgia, sono arrivate in Europa, sono ritornate a Panama attraverso l’Atlantico, poi hanno raggiunto l’Australia, l’Indonesia, la Corea e sono approdate nello Stato di Washington. Dentro, un wheated bourbon (con frumento nel mash) distillato in pot still e invecchiato in botti vergini tostate a livello 3 e 4. N. molto dolce, con la banana che la fa da padrona. Pasticcini di frolla con crema e banana, corn flakes glassati con banana essiccata, ma anche banana fresca, ipermatura. Un po’ di scorza di limone (quasi limoncello), mandorle tostate e miele. Anche toast imburrato. La dolcezza copre ogni idea di marinità. P. la violetta, questo male moderno che scuote l’America del whiskey. L’ingresso in bocca è dominato dalla violetta: come addentare un sapone di Lush salato e coperto di caramello. Buono eh? Rimane la banana, ma tutto si fa polveroso, ricorda le solite pastiglie Leone. F. lievemente meglio, con arancia vaniglia e ancora quel sapone.
Il naso non era malaccio, anche se molto dolce e sfacciato. Ma il palato è drammatico, questa amarezza artificiale e saponosa ti si incolla alla lingua e non se ne va mai. No: 75/100.

Jim Beam Devil’s cut (2018, OB, 45%)
Se il whisky che evapora dalle botti stoccate è l’angel share, quello che rimane e inzuppa le doghe si chiama devil’s cut. Il colosso Jim Beam’s ha creato un metodo per estrarlo e lo blenda con bourbon di 6 anni per questa release. N. mandorle ovunque: tostate, torrone morbido alla vaniglia, dolcetti siciliani con pasta di mandorle. Oltre a questo, molto legno dolce, rovere caldo, miele e spezie del legno. Ma il tutto è come ovattato, sfumato. Spunta qualcosa tipo genziana. P. molto più austero, la dolcezza lascia lo spazio alla frutta secca, miele di castagno, legno fresco. Molte spezie, anche: zenzero, pepe bianco, chiodi di garofano. E un guizzo floreale sottotraccia… F. …che puntuale si amplifica nella consueta violetta nel finale, insieme a vaniglia e limone.
La “spremitura” della botte porta con sé un bagaglio di spezie che monopolizzano il secondo palato. Quella bordata di piccantezza è il tratto peculiare di questo whiskey, che alla fine dei conti non è malissimo, anche se ovviamente è squilibrato sul legno e manca di un po’ di spinta e grinta soprattutto al naso. Stiamo sugli 80/100, suvvia.

Angel’s Envy Port cask finished (batch 83S, OB, 43.3%)
Siamo a Louisville, Kentucky, ombelico del bourbon. E questo è appunto un bourbon, però affinato in barili ex Porto. N. ricco, aromatico, con incenso rosso, cocco e papaya oltre ad altra frutta essiccata (goji, albicocche). Ogni tanto una vasca di vin brulee sbatte in faccia la sua aggressività vinosa, speziata e bollente, sotto la quale palpita però un cuore di legno caldo. Fragole cotte qui e là. P. ancora le spezie del legno, che stanno in superficie su un mare di dolcezza stile sciroppo d’acero. Ma andiamo con ordine: oltre al già citato legno aromatico, ci sono arancia rossa essiccata, uvette e caramella Morositas. E liquirizia rossa e marmellata di fragole. Non eccessivamente incisiva la vinosità del porto, regala tannini e spessore e – come spesso accade – vira all’austero. F. infatti il finale è lunghetto, più amaro, con legno tostato e cioccolato amaro al peperoncino.
Il rischio di un mostro iper-astringente era concreto. Invece ne esce un whiskey bevibile e strutturato, con più di una complessità, dolce ma allo stesso tempo severo e ben sorretto da una spezia vibrante. Valido. 84/100.

Copper Fox Rye American Grain Spirit (2015, OB, 45%)
Non siamo neanche nei territori del whiskey, essendo stato invecchiato solo 15 mesi. Single pot still, doppia distillazione, mash a base segale e invecchiamento con “tea bag” di legno affumicato. Dio li perdoni. N. l’olfatto è inquietante. Sembra di entrare in una segheria. C’è sicuramente un aroma di legno profumato e bruciato, che ricorda quei piatti o quei cocktail ricamati con l’uso dell’affumicatore. E poi l’immaginifico Corrado se ne esce con una chicca: le tende viola di raso. Non è dato sapere se intenda quelle delle chiese, quelle dei paramenti funebri o il sipario del teatro. Dolcezza, di sicuro, ma anche qualche strana erba medicinale: rabarbaro, eucalipto e cesti di chinotto. In effetti il lato balsamico spinge. Poca frutta, in realtà, forse un po’ di cocco e mela essiccata (le chips potrebbero essere di legno di melo). P. una sensazione inedita: la testa ti porta a dire che è torbato, ma il palato dice che non è la stessa cosa. C’è infatti un fumo di legno molto aromatico, meno acido e bruciato, per nulla catramoso. Di seguito esce moltissimo cioccolato, pasta di liquirizia dolce, budino alla vaniglia e caffè. Un po’ di frutta bianca bruciacchiata: pesche. Ci sono delle note molto vegetali, ortofrutticole, che ricordano le rape cotte. F. liquirizia salata, cacao e quel fumo strano di cui sopra, che ci lascia inquieti come se avessimo mangiato le guarnizioni di gomma bruciate della pentola in cui abbiamo cotto le mele.
Stranissimo, quasi invotabile. Lascia un finale talmente cattivo da intrigare. L’effetto è quello di certi splatter movies, che ti disgustano ma non riesci a staccarti dal video. E qui ci sono talmente tante note off, ingestibili e sbagliate, che nel complesso quasi è un’esperienza divertente. Che non rifaremmo, ma che non rimpiangiamo di aver fatto: 75/100.

Sottofondo musicale consigliato: Green Day – American idiot

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