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Il gioco delle coppie: due Glen Grant di una volta

Entriamo in una nuova fase delle nostre banali esistenze. Ovvero quella in cui ci concentriamo su whisky da antologia, mostri sacri distillati quando i nostri genitori portavano gonnellone e panta a zampa. In effetti ne abbiamo da parte parecchi, ed è giunto il tempo di berli, che sai mai come butta qui, non vorremmo essere colpiti da un missile russo prima di averli assaggiati.
Gran parte di questo ben di dio lo ha portato a casa Jacopo dall’ultimo whisky festival di Limburg. Ignoriamo quale parte del corpo abbia venduto per averli. Ma sappiamo che l’uomo, invece di tracannarseli in solitudine mentre aspettava che si recuperasse Bologna-Inter (ah no?), ha deciso con la magnanimità degli spiriti nobili di condividerli con noi, suoi umili scudieri. Per cui ci siamo fatti una serata memorabile di recensioni e godimento come da tanto non capitava.
Iniziamo a rendervi conto da questi due Glen Grant, imbottigliati negli anni ’70 da George Strachan, proprietario di una drogheria (oggi si direbbe “food & beverage”) a Deeside, non lontano da Aberdeen. Entrambi gli imbottigliamenti sono stati resi famosi dagli italiani, che li importarono nel nostro Paese durante la cosiddetta “età dell’oro del single malt”.

Glen Grant 25 yo (anni ’70, George Strachan ltd, 43%)
Importato da Sestante. C: oro chiaro. N: un lussureggiante cesto di frutta sudata ci accoglie. Pera, albicocca e dragon fruit si mescolano a note di carta vecchia e carta oleata, date dagli anni trascorsi in vetro. Accanto si sviluppa una dimensione di pasticceria turca, con pasta sfoglia, marzapane e una clamorosa orzata come non ne sentivamo dalle granite degli anni ’80. Pian piano emerge il legno (mobili lucidati) e un incantevole profumo di tè: Earl grey al bergamotto, ma anche foglie di tè. Un guizzo di fiori d’arancia. P: l’attacco è integro, tutto concentrato sulla frutta gialla, il miele e le già citate bordate di mandorla. Poi però qualcosa si spacca e il palato si perde fra cenni incoerenti di violetta e sapone. Da qui in poi, il secondo palato vira all’amaro, con té super infuso e un’astringenza severa. F: chiude molto secco, con arancia amara e di nuovo tè.
Uno di quei whisky a due facce. Al naso eccezionale, che ancora parla la lingua dell’eleganza e della frutta complessa e complessata (ce le vediamo le pere e le albicocche stese sul lettino dell’analista a raccontare le loro invidie per la banana…), segue un palato che mostra segni di cedimento. Qualcosa in questi anni ha sicuramente perso. Non significa che sia un disastro, ma senz’altro in bocca è meno completo e perfetto. La media fa un 86/100 ricco di rimpianti, perché la stoffa del campione ce l’ha.

Glen Grant 10 yo (anni ’70, George Strachan ltd, 40%)
Importato da Giorgio D’Ambrosio. C: oro carico. N: pour la vache!, come direbbe il cardinale Richelieu: qui c’è profumo di inferno. Nel senso che si apre sporco e sulfureo, opaco come il peccato. E’ un attimo, le cose si sistemano subito, ma rimane una sensazione metallica, come di rame ossidato. Un gradino sotto troviamo pesca cotta e liquore all’arancia, con variazioni su cioccolato e amarena. Oleoso, condivide con il suo fratello maggiore un tratto floreale, che diremmo di gelsomino, o pitosforo. P: nobiltà caduta, anche se non decaduta. Innanzitutto la parte sporca è svanita, e forse è un bene. Rimane la struttura dell’olfatto, con arancia, pesca e vino ossidato. Con in più screziature di Amaretto e carta vecchia. Fa la sua comparsa la malefica violetta. In generale, però, tutto sembra evanescente, in dissolvenza. F: frutta secca (mandorle, noci, castagne), arancia candita e un qualcosa di funghi secchi.
Un naso particolarmente freak e un po’ ondivago introduce un whisky senza fissa dimora, vagabondo fra sensazioni opposte. Il palato però sembra essere attutito, penalizzato sia dalla gradazione sia dal tempo. Anche qui rimpianti, perché potenzialmente sarebbe potuto essere meglio: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Judas Priest – Victim of changes

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