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Chorlton ‘Nouvelle vague’ vol. 3

A quasi un anno dalla prima, riuscitissima degustazione online organizzata dal nostro Corrado, eccoci qui di nuovo alle prese con i gioiellini colti nel giardinetto degli imbottigliamenti di Chorlton. Il quale, dopo le magistrali etichette apocalittiche della prima serie dedicata a prodigi e miracoli medievali, ha scelto uno stile più bucolico, con dame e messeri che passeggiano fra boschi e frutteti tutti indaffarati in attività bucoliche: la pesca, la caccia, la raccolta di pere e rose e la zoofilia.
Questo per quanto concerne il packaging. Per quel che riguarda il liquido, invece, inutile spendere troppe parole: da anni ormai il mite David – l’uomo con la passione per il whisky e il feudalesimo – ci ha abituato a standard qualitativi molto alti. Mica per nulla Bejia Flor è assai contenta di distribuirlo in Italia e mica per nulla Corrado li colleziona e li venera, ai limiti del feticismo. E dunque non vi nascondiamo che ci aspettiamo molto anche da questi altri 10 dram. Oggi i primi cinque, tutti single cask, tutti a grado pieno e non colorati artificialmente, protagonisti della serata di lunedì scorso.

Longmorn 18 yo (2002/2021, Chorlton, 51.1%)
Bourbon barrel da 203 bottiglie. C: paglierino chiaro. N: una freschezza scrocchiarella e floreale avvolge i nostri orribili nasi variamente pelosi: lime (anzi, il bagnoschiuma Dove al lime), pera Williams, carambola, mela granny. Vira anche un po’ al tropicale, con dell’ananas acerbo. Molto piacevole, delicato, con una vaniglia soffusa: un olfatto vezzeggiativo, la buttiamo lì così. Tisana al tiglio, camomilla essiccata, ma anche cioccolato bianco e miele. P: continua a coccolarci, con ancora parecchia frutta (pere, mele, kiwi maturo) e ancora un lato erbaceo/secco vibrante. La gradazione è perfetta, il mouthfeeling oleoso il giusto, carezzevole, con burro fuso tiepido e crema cotta alla vaniglia. Riempie il palato con note di pasticceria: biscotti alla macadamia, crema chantilly e un bel pizzico di pepe bianco e anice. Con bucce d’agrume spolverate. Nel retrogusto ancora un accenno floreale, come di pastiglie Leone alla violetta, ma non sgradevole. F: lungo, con molta frutta, spezie del legno piccanti e una ganache bianca infinita. Un accenno di cera minerale.
Una freccia nel tallone ha colpito il nostro punto debole. Ultimamente questo genere di whisky è quello di cui non ci stancheremmo mai: la vivacità della frutta, una dolcezza sobria ma piacevolissima e un corpo in cui burrosità e spezie si sorreggono a vicenda. Non sarà un mostro di complessità, ma è un mostro di piacevolezza. 89/100: che è tanto, ma uno di noi da sotto la barba si è impuntato e non osiamo abbassarglielo: al cuor non si comanda.

Cataibh 10 yo (2010/2021, Chorlton, 58.6%)
Bourbon barrel da 272 bottiglie, distilleria Clynelish non dichiarata. C: vino bianco. N: il Barbour che aveva preso quel diluvio e che poi avete dimenticato in un angolo, umido da far spavento. Inizia così, con un naso che è assai dirty, più dell’omonimo Martini cocktail: fieno umido, seminterrati, muffe, cera e grasso di ingranaggi. Poi con calma si normalizza un po’, con un accenno di frutta (cedro, mele, mandarini un po’ andati) e cereale nel wash. Qualcosa di miele e sassi, che come merenda non è granché, ne conveniamo. Intrigante sì, piacevole no. Ma dopo una mezz’ora un’aria di gesso sembra sistemare tutto, come una redenzione dai peccati olfattivi. P: eh qui invece torniamo a godere. Si apre sorprendentemente torbatino, con una intensa nota di grafite e carboncino. Chi non ha mai sgranocchiato un carboncino durante le lezioni di disegno? C’è grande presenza di cereale, di scorza di limone con annesso albedo. E anche parecchio sale, mescolato alla cera e a fiocchi di peperoncino. L’alcol è abbastanza feroce, il secondo palato fa un po’ effetto “Kharkiv dopo l’avanzata dei russi”. La dolcezza del distillato (giovane, si sentono pera e mela) è altrettanto potente. F: corn flakes salati e alghe liofilizzate, liquirizia, cereale. Luuuungo.
Un Clynelish pret-a-porter. Da una delle nostre distillerie preferite ci aspettiamo sempre una raffinatezza memorabile, ma ogni tanto è anche interessante vederla all’opera con barili più ruspanti, come dei jeans strappati di marca. Naso scostante, palato violento, finale persistente e piccante: uno schiaffo, ma noi non sappiamo se abbiamo tutta questa voglia di mostrare l’altra guancia: 84/100.

Glentauchers 31 yo (1989/2021, Chorlton, 47.5%)
Bourbon barrel, 153 bottiglie. C: oro carico. N: il paradiso del decadentismo profuma di Glentauchers 31 anni. Appena lo annusi ti sembra di entrare in uno di quei salottini di nobildonne, fra divani imbottiti e cesti di frutta matura: arance rosse succose, pesche in macedonia in ampie zuppiere, zollette di zucchero imbevute in sciroppo di granatina, melone, marmellata di albicocche su sfogliatelle calde… Un naso entusiasmante nella sua opulenza, che odora di benessere smodato. Ma non è tutto, perché nel salottino c’è del legno lucidato, dettagli in cuoio e un pandoro appena sfornato. Chi lo abbia portato nel salottino delle nobili sciure non si sa. Noce moscata, anche. E anche buccia di chinotto e noci. E olio di lino. E… e la smettiamo altrimenti non finiamo più. Eccelso. P: la primissima reazione è di rammarico, perché si intuisce che la fase calante è iniziata. Intendiamoci, è ancora splendidamente fruttato (la stessa frutta super lavorata del naso, con pesche, albicocche & compagnia), ma si sente che manca quel guizzo che è la prima cosa a spegnersi in whisky di una certa età. La texture è commovente, con note di nougat, creme varie e carta oleata vecchia. Un senso di rancio da antico cognac tutto pervade, con prugne essiccate e quel tocco di astringenza sobria data dal legno. Mette quasi soggezione. F: molto lungo, e si prolunga anche la nota acidina di albicocca secca. Ancora frutta, arance rosse lievemente sulfuree, mandorle amare, cioccolato e legno.
Un po’ più di scatto sul palato lo avrebbe proiettato nell’empireo dei capolavori. Si ferma sulla soglia, ma di certo non sfigura. Eccezionale la qualità della botte, che ha saputo estrarre e valorizzare ogni goccia di potenza aromatica e fruttata dal distillato. Regalando al contempo una dimensione più austera che aiuta soprattutto nel finale. Poco da dire, ha la stoffa dei grandi whisky: 91/100.

Inchmurrin 24 yo (1997/2021, Chorlton, 47.7%)
Bourbon barrel da 147 bottiglie, distilleria Loch Lomond. N: paglierino. C: qui tocca armarsi di pazienza e precisione, perché siamo nel campo degli enigmi. Si spalanca su una frutta tropicale pimpante (mango, litchees, ananas, platano) che ricorda alcuni Irish over 20. Da questa base, partono varie piste olfattive: una è quella tipica di Loch Lomond, ovvero quella sporchina-polverosa-grassottella, con lardo di Arnad, polvere da sparo, torbina terrosa e liquirizia pura; l’altra è quella delle erbe aromatiche (quelle sul lardo), con rosmarino, timo, verbena e menta essiccata. Ed è questo lato a prendere il sopravvento: unito al legno, ricorda un vecchio armadietto delle medicine, con unguenti vari. Molto labirintico, ci piace. Il bicchiere vuoto si riempie di foglie di tabacco. P: coerente soprattutto per quanto riguarda la parte più terrosa, di torba organica, humus, pavimento di warehouse. C’è tanto legno, ma senza picchi estremi di astringenza. Arance amare, marmellata di arance e rabarbaro si mescolano a carne essiccata e affumicata e ad accenni di mercurocromo e sciroppo per la tosse, antibiotico. Datteri non dolci, fichi secchi, fave tonka. Pienissimo davvero, e la menta è ancora qui con noi, fino in fondo Thelma! F: amaro alle erbe, legno, cacao in polvere e pepe nero. E quella massa informe di frutta tropicale pressofusa.
Tantissima roba, ma non sempre ordinata. E’ la casa sensoriale di un accumulatore seriale, che accatasta sensazioni e spunti per il gusto di avere tutto e tutto mostrare a chi viene in visita. Sarebbe un esercizio di stile vano, se non fosse anche clamorosamente compatto nel suo risultato finale. Come ci siano riusciti è impossibile capirlo, ma l’effetto è sorprendente e il merito è sia della frutta sia del lato mentolato: 89/100.

Ledaig 12 yo (2009/2021, Chorlton, 55.5%)
Refill hogshead, 311 bottiglie, distilleria Tobermory. N: vino Riesling quasi trasparente. C: quando arriverà l’Apocalisse e si spegnerà l’inferno, la cenere gelida che resterà avrà questo odore. Perché due cose spiccano subito al naso: il freddo e il bruciato. Acre, spietato nella sua torba feroce, tutta sulla cenere, il carbone. E parallelamente ecco crescere un senso di mare d’inverno, iodio, sale, mineralità, alghe, menta. Menta bianca, più che verde. Perché non è balsamico, è proprio inorganico. Qualcosa di metallico, polvere di gesso. Col tempo emerge un accenno di burro semi-rancido, polvere di medicinali sbriciolati, garze e frutta bianca acerba. Sa di gennaio. P: devastante, senza dubbio il più violento di tutti. Talmente esagerato che in questa frontline sembra quasi fastidioso. Occorre abituarcisi. Il primo impatto è allappante e bruciatissimo, come se un velo di cenere e asfalto si posasse sulla bocca. La cenere prende proprio la forma di una nuvola di polvere che avvolge il palato. Qui e là fanno capolino una dolcezza di orzo, mandorla, glassa. E una bella aria vegetale tra la verbena e la salvia. F: meno lungo e bruciato del previsto, e l’alternanza dolce/sapido lascia spazio a un finale secco e pulito.
L’unico della serata a dare l’impressione di deragliare un po’, di non riuscire a contenere la potenza di fuoco. In tutti i sensi, perché la torba è davvero spinta, molto in stile Islay (Laphroaig, o addirittura Octomore) e poco in stile Tobermory. Un Ledaig meno unto del solito, e per questo anche meno avvincente. Qui c’è tanta azione ma poco intreccio. Il che ha un suo perché, ma noi cerchiamo la trama anche nei film porcelli, quindi un punto in meno: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eagles of Death Meatal – Complexity

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4 thoughts on “Chorlton ‘Nouvelle vague’ vol. 3

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