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Chorlton ‘Nouvelle vague’ vol. 4

Pochi convenevoli, che qui il tempo stringe e vogliamo finire di raccontarvi altri 5 single cask di Chorlton prima che scoppi la terza guerra mondiale. Che poi nei bunker col fischio che potremo connetterci su zoom e sbevazzare single malt, quindi animo. Qualche lunedì fa – grazie all’iniziativa del solito Corrado, ormai Chorlton ambassador ad honorem – ci siamo collegati con il buon David e il suo sfondo di copertine di romanzi Penguin (splendido). E abbiamo bevuto queste robine qui.

Glen Elgin 12 yo (2009/2021, Chorlton whisky, 56.6%)
Refill hogshead da 287 bottiglie. C: vino bianco opaco. N: subito mele in svariate forme, dal frutto fresco al succo di mela. Se esistesse, diremmo “caramello alla mela”, detto anche “caramelo” (diritti depositati, così nessuno va a brevettarlo!). Anche kiwi. Ma il lato fruttato si accompagna a quello che ormai abbiamo imparato ad apprezzare in Glen Elgin, anche nel nostro. Ovvero una dimensione complessa che unisce miele, punte minerali e guizzi come di burro fresco. Noce moscata e un accenno sporchino. Smalto? P: idem con patate, anzi con mele: mele verdi, mele caramellate, tartellette di mela con burro e granella di zucchero. E anche sidro. Dolceacido, affilato, carambola e miele non dolce, con buccia di pompelmo. In bocca è pieno, con liquirizia tempestata di spezie (zenzero e pepe), cereale quasi umido e qualcosa di polvere, o forse è malto macinato. Con acqua si fa più amaro, con una nota vivida di olio nuovo umbro ed erbe e una sensazione di terra particolare e affascinante. F: resta sull’amarognolo, buccia di frutta (mela!) e un tocco piccante di legno e – curiosamente – di sale.
Uno dei whisky più apple friendly di sempre, con la nota di mela che si amalgama così bene alla nota grassa di burro. In bocca forse perde qualcosa in piacevolezza, prendendo un crinale un filo troppo amaro e severo, poco cremoso. Il corpo oleoso che lascia le labbra goduriosamente unte, però, regala un punto in più: 85/100.

Tormore 28 yo (1992/2021, Chorlton whisky, 42.4%)
Hogshead da 253 bottiglie. C: vino bianco. N: come cantavano i Doors, la gente è strana, ma a volte anche l’ingresso al naso di certi whisky. La prima sensazione è spiazzante, ed è tropical-farinosa: banana verde, pastiglie Leone all’ananas, Polase e mele rosse appunto farinose. La frutta è tanta, è maturissima, è quasi andata. In questa atmosfera decadente e decaduta si ampliano le sensazione umide, di pozzanghera, felce bagnata, ma anche caco e prugne in fase di marcescenza. Evolutissimo, pure troppo. Chiude il naso una potente parte casearia, fra la panna, lo yogurt alla pesca e il budino alla vaniglia. P: la frutta è ancora protagonista, ma stavolta è sciroppata, come se si fosse trasfigurata e in una uberfrutta. Il panorama però si complica. Innanzitutto la lunga maturazione ha ridotto assai il grado alcolico e il corpo ne risente un po’. La prima nota è un té al limone molto infuso, astringente, magari servito con degli scones ai canditi (arancia amara). Un guizzo di cera ci fa sognare. Poi è la volta delle seccature. Intese però come frutta essiccata (cocco, albicocche) e soprattutto erbe aromatiche (menta, salvia). Biscotti secchi senza zucchero. F: mandorle amare, olio essenziale e ancora quel tocco di erbe aromatiche.
Molto curioso, con aspetti interessanti e altri meno. Ovviamente la frutta è ricchissima, ma al naso sembra deragliare nell’eccesso di maturazione. Ovviamente il palato è delicato, ma il corpo non è straordinario. Ha bisogno di tempo per esprimersi al meglio, ma non siamo sicuri che il peccato originale sia rimesso: probabilmente Tormore non è un distillato così solido da reggere invecchiamenti così importanti. Ad ogni modo 86/100.

Bruichladdich 15 yo (2005/2021, Chorlton whisky, 59.5%)
Bourbon barrel da 146 bottiglie. C: oro antico. N: il regno del legno. Ce n’è tantissimo, scuro e profondo: sandalo, ma anche gli scaffali della cantina su cui qualcuno ha dimenticato delle latte di pittura, e anche un senso di nocino. Insomma, legnoso e umido se non si fosse capito. L’umidità prende poi varie forme, dall’acqua salmastra al fieno stipato nella fattoria. C’è inchiostro e iodio (siamo pur sempre su Islay, non all’Ikea) e c’è anice stellato. La frutta è chinotto e melone, che insieme non sembrano i migliori amici, ma alla fine non litigano. Poco alcol per la gradazione, ma diluito si fa più espressivo: caramello salato a fiotti. P: tremendamente intenso, ancora legnoso e tannico. Noci, noccioli di albicocca, amarena. Seguiti da un lato più umami e cupo, fatto di liquirizia salata, funghi essiccati, cuoio e paprika affumicata. Marmellata d’arancia e banana grigliata, con un bicchiere di té alla pesca, chiudono un palato oleosissimo. F: ancora porcini essiccati, saporito, sale sulle labbra e quasi un filo di torba (o chicchi di caffè super tostati).
Non si può certo dire che il barile non abbia parlato, anzi siamo a un passo dal monologo. Oleoso e clamorosamente intenso, ha una persistenza eccezionale, come eccezionale è il dna costiero, che nonostante questa sarabanda di legno emerge ancora nitido e perfetto. Il sospetto che sia un filo troppo noi ce lo abbiamo, ma impossibile dare meno di 88/100.

Benrinnes 23 yo (1997/2021, Chorlton whisky, 56.6%)
Hogshead da 232 bottiglie. C: ambra chiara, che ci aveva lasciato supporre un finish in sherry, che però non è mai esistito. N: se nel Tormore la frutta era spetasciata ovunque, qui è rigogliosa ovunque. Semplicemente impressionante la vivacità e la molteplicità di sfumature: si va dal mango alla mela, dalla pesca/albicocca all’arancia rossa. In particolare l’arancia prende anche altre forme, dai biscotti all’arancia al té all’arancia. Sappiamo che i Benrinnes anzianotti sono dei capolavori di frutta, ma ogni volta è una festa. Sotto questa opulenza, si agita un guizzo più sporchino, come di boule di metallo e qualcosa di sapido, che ci ricorda il pollo tandoori. Con il tempo emerge anche del gianduia, con dolci vari al cucchiaio, savoiardi, creme. Una gioia. P: non immediato né di facile interpretazione. La frutta è quasi frizzante, l’albicocca si mescola al caramello e l’effetto è liquoroso. La texture è spessa, masticabile, eppure allo stesso tempo minerale. C’è anche una tensione acida di cioccolato, ananas maturo, mango e ancora albicocca. Tutto è fuso insieme, compattissimo, una nota scivola nell’altra, tra un pizzico di pepe e qualche nocciola. Con qualche goccia d’acqua la frutta si fa ancor più esplosiva, si aggiunge il toffee e spunta un retrogusto di foglia di tè, erbaceo. F: gianduia alla frutta, nocciole salate, té al limone. Lunghissimo e più secco.
Uno di quei whisky che alla fine dici “buonissimo” ma non hai capito bene perché, che la chiave della bellezza sta nell’amalgama più che nei singoli lati del suo carattere. Senz’altro la frutta è da perderci la testa, ma è appunto l’equilibrio con la cremosità data dall’invecchiamento e con quel senso metallico del distillato di Benrinnes (che distillava due volte e mezza in questo periodo) a creare la magia. Una magia da 90/100.

Caol Ila 12 yo (2009/2021, Chorlton whisky, 57.7%)
Refill bourbon hogshead da 269 bottiglie. C: ambra rossastra, ma anche qui niente sherry. Oggi non ne indoviniamo una. N: che meraviglia, così aromatico e profumato. Sembra di entrare in una pineta, con parecchia resina e aghi di pino sparsi. A cui si somma la torba, tra l’asfalto e una grigliata di carne. Ma non carne rossa, più pollo e peperoni gialli. No, non è Master Chef, la smettiamo subito. La dimensione vegetale e balsamica di cui sopra si arricchisce di salvia e dragoncello. Mentre vale la pena di concentrarsi sul nucleo fruttato e profumato dell’olfatto: papaya grigliata, vaniglia a iosa e cioccolato affumicato, con una quota di olio. Ci viene il sospetto che qui recharred ci covi. P: la parte balsamica (timo, rosmarino, aghi di pino e pinoli) è presente, e anche qui in stretta connessione al nostro amato pollo ai peperoni e alla paprika. Qui tutto però è più bruciato, con torba salata e braci. In crescendo anche il lato umami, ci è venuta voglia di brisket all’americana. Un po’ di astringenza da legno e il mare nel retrogusto, anche qui dominato dall’oleosità. F: lunghissimo, pepato, sapido e grigliato: i tizzoni di un falò in cui sono cadute erbe e sale.
Non si capisce che razza di barile sia, ma si capisce che è un whisky spettacolare, di quelli che ti viene proprio voglia di riberti subito. Note di merito e di carattere sono il tratto balsamico, la sapidità leggermente meaty e il sale marino che tutto esalta. E che ci esalta: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Apocalypse Orchestra – The Garden of Earthly delights

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