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The Kinship show

Con quel terrore gelido che sperimentiamo di solito quando rientriamo a casa la sera tardi e ci accorgiamo che dobbiamo stendere il bucato in lavatrice prima di andare a letto, ci siamo accorti che ancora non abbiamo mai recensito un whisky della splendida serie The Kinship. Che purtroppo non è questa interessante azienda di model management, ma una mitica selezione di imbottigliamenti di Islay curata da Jim McEwan per Hunter Laing. Per essere precisi, questa è la collezione 2019, che il mai abbastanza venerato e venerabile Corrado ha acquistato in degustazione. Roba forte, roba spessa, roba da ricchi. Roba da Whiskyfacile, ma solo se il conto lo salda qualcun altro…

Bunnahabhain 30 yo ‘The Kinship, edition n. 1’ (2019, Hunter Laing, 48.5%)
Due hogshead (uno refill sherry e uno refill american oak) che hanno dato 560 bottiglie. C: oro. N: devono essere rispuntate le Nike Cortez sudate che usavamo al liceo… Incredibilmente si apre con questa nota non esattamente aristocratica, ma è un lampo. Lampo che testimonia una spettacolare vivacità a discapito dell’eleganza. Kumquat in salamoia (le olive sono da sfigati), senape e arancia. C’è una sventagliata di sherry moderno non esattamente fine, ma senz’altro espressivo. Profuma di sangria bianca e cannella, vaniglia e melone giallo. Il tutto ben salato. First reaction: shock! P: la frutta si gonfia come la marea, la polpa riempie di sé il palato: pesca e melone bianco, ancora kumquat. Qualcosa di sapone floreale, ma è più una sensazione che un sapore, per fortuna. Il sale è ancora protagonista indiscusso: mandorle salate, caramello bretone salato. Una suggestione di carta oleata e qualcosa di marzapane, nel retrogusto. F: pinzimonio (olio e sale), orzata, lime e cardamomo. E un filo di legno di sauna, delizioso.
Ci sono piccole pennellate che parlano di quanto Bunnahabhain sia sempre una distilleria da sogno, come direbbe Briatore. Che a dire il vero in bermuda di lino bianchi e occhiali azzurrati non ce lo vedremmo benissimo dalle parti di Port Askaig. Ad ogni modo, dicevamo, un Bunna molto sapido, il che ci piace sempre, e anche più fruttato del previsto. Un paio di punticini però li perde per strada perché nella scala dell’eleganza, dove al top troviamo Corrado in abito principe di Galles e in fondo Giacomo vestito con i jeans grunge sporchi di carciofini sott’olio, non si piazza troppo in alto. Fuor di scherzo, forse la parte sherry è poco fine, e l’effetto più plebeo del previsto. Ad ogni modo siamo sull’88/100.

Caol Ila 40 yo ‘The Kinship, edition n. 2’ (2019, Hunter Laing, 44.9%)
Refill american oak hogshead, 371 bottiglie. C: oro carico. N: chiudiamo gli occhi e ci sembra di essere in un caveau, fra ingranaggi, serrature oliate, lucchetti lubrificati e… cosce di jamon serrano! Il profumo è proprio quello di certi prosciutti stagionati, di salnitro. Alle note metalliche si connettono invece quelle più smoggose, di idrocarburi. Non è semplice da scomporre, diciamo che le due anime – quella più meaty e quella più sporca, di torba e gasolio – si abbracciano appassionatamente. Ma non è tutto, perché è qui che con pazienza emergono nuovi mondi: un legno odoroso, per esempio, che va dal sandalo al patchouli fino al tabacco; e una frutta iper-evoluta e decadente, con arancia un po’ spappolata e composta di kiwi gold. L’oleosità è in ogni molecola, è olio d’oliva, è olio essenziale di pompelmo, è burro salato di Bretagna un po’ bruciacchiato, sono olive in salamoia. C’è perfino un tocco di vetiver, sul finale, prima che un senso ossidato si prenda la scena. Spettacolare. P: rimaniamo nei sacri territori dell’unzione. Diremmo “prosciutto di pesce”, ma forse sarebbe troppo anche per noi. Senz’altro più marino rispetto al naso, ma con una grassezza rotonda che ricorda i gamberoni grigliati, dolci e salati nello stesso tempo. Ancora salamoia, con un residuo di fuliggine duro a morire. “Tutto molto maschio”, dice Corrado. E ha ragione, perché non c’è alcuna frivolezza, anche la dolcezza è tosta: burro d’arachidi, crema salata, patate dolci alla brace. Chicchi di caffè tostati e indivia, anche questa grigliata. F: lungo, ancora dolce/salato: gamberoni, macadamia salata, torba di mare. Tocco erbaceo in levare, fra té e una punta rinfrescante di anice.
Partiamo dal voto, che è un roboante 94/100. Perché avremmo potuto continuare per altre 200 righe ad elencare suggestioni. Un whisky che è una cornucopia di sentori affascinanti, mai facili, mai squilibrati, a comporre un mosaico davvero spettacolare, in cui l’invecchiamento a raffinato e levigato tutto, restituendo un gioiello. Eccezionale.

Bruichladdich 27 yo ‘The Kinship, edition n. 3’ (2019, Hunter Laing, 50.2%)
Un refill american oak hogshead. C: oro chiaro. N: si apre con note vaporose di talco e stireria, testimonianza di una mineralità che ti entra sotto pelle. Aria di mare, iodio, ma anche una freschezza più vegetale, che ricorda delicatamente il sedano, il ribes bianco e l’uva spina. Fiori leggeri, in lontananza, ma anche le coccole dei pini marittimi. La frutta, oltre alle succitate (che bella parola “succitato”) bacche, arriva al massimo alla fragolina di bosco, ma acerba e asprigna. Semi di anice, e sembra anche di sentire l’anima del distillato. Impressionante, dopo 27 anni. P: molto affilato, coerente con l’olfatto. In generale è severo come un generale. Non c’è alcuna dolcezza al di là di quella del chicco d’orzo, un tocco di sale titilla il palato qui e là. Di nuovo vince la parte erbacea e un’acidità da Riesling distillato: mela renetta, verbena e la lemongrass di certi piatti thai. F: di nuovo minerale, pompelmo, sale e distillato.
La “reductio ad infinitum” del dna costiero di Bruichladdich. Raramente si trova tanto minimalismo in invecchiamenti così importanti. Senza dubbio il refill era tanto tanto refill, è come se per 27 anni il legno non avesse voluto infastidire l’evoluzione intima del distillato, che così si è mantenuto puro e intonso, tutto incentrato sul cereale e il mare di Islay sullo sfondo. Intellettualmente e filosoficamente splendido, ma dal punto di vista del bevitore manca un po’ di emozione e godimento: 87/100.

Bowmore 30 yo ‘The Kinship, edition n. 4’ (2019, Hunter Laing, 46.2%)
Refill bourbon hoghsead. C: oro. N: l’Uomo del Monte ha detto sì: c’è ananas su Islay! L’olfatto si apre proprio sull’immagine di una bella fetta di ananas mangiata sulla spiaggia di Bowmore. Che non è Malindi, ma ci si arrangia come si può. Ostriche, sushi, mineralità, gusci di frutti di mare sparsi ovunque. Il che è più coerente dell’ananas con l’ambiente delle Ebridi. La dimensione fruttata è tropicale, ma si ferma sul lato più acidino, con passion fruit e carambola, forse litchees. Su questa si innesta un lato più verde, di cetriolo e foglie di coriandolo, davvero rinfrescante. E la torba? Con calma, nostri piccoli lettori: perché il fumino elegantissimo che si sparge ovunque, quasi di incenso, merita calma e riflessione. Un tocco di malva, sul fondo. P: uno di quei palati impossibili da scomporre, in cui tutto si fonde alla perfezione. Proviamo a sciogliere il nodo delle note: pasta di sale, cenere, mandorle e cereali tenuti insieme da composta di frutta (ananas e passion fruit, ancora). Qualcosa di lime molto maturo emerge alla distanza, lasciando un retrogusto sia fresco, sia vellutato. F: limone, sale, miele millefiori e il malto torbato con la sua dolcezza delicata.
Abbiamo adorato il naso, mentre ci siamo semplicemente goduti le altre due fasi. La delicatezza delle sensazioni è paradisiaca, soprattutto quella tropicalità suadente e fresca che tiene insieme tutta l’esperienza. Non ha picchi impressionanti di intensità, ma non è quello il suo sport. Il suo sport è l’eleganza: 90/100.

Laphroaig 18 yo ‘The Kinship, edition n. 5’ (2019, Hunter Laing, 56.4%)
Refill Oloroso sherry butt da 609 bottiglie. C: ambra chiara. N: si apre su note atipiche, che per semplificare si potrebbero definire “balsamiche”: genziana, resina, aghi di pino bruciati. Ma a complicare le cose subentrano screziature più articolate: tintura di iodio, tabacco al mentolo ed erbe aromatiche (timo e maggiorana). Senza dubbio particolare, c’è anche un senso di foglie autunnali umide. La frutta è tutta sulla papaya disidratata. P: via la maschera della curiosa creatura silvestre, ecco il muso incazzoso del Laphroaig a grado pieno, violento, urlato e bruciato. Si apre su fumo, tizzoni e garza bruciata. Come bruciato è il caramello e bruciate le pesche sciroppate che riempiono il palato: chi le abbia messe sulla griglia non si sa. Fa capolino un tocco medicinale di antisettico, di Betadine. Petti di pollo alla paprika. Nel secondo palato riemergono le erbe aromatiche e spunta del cioccolato. D’altronde sto sherry da qualche parte doveva spuntare no? F: frutta secca (noci) bruciacchiate, legno tostato e zenzero.
Non un whisky da scuola materna, ma nemmeno vietato ai minori. Il tono alcolico e l’intensità della torbatura sono notevoli, eppure in generale non sembra mai una bevuta feroce. Lo sherry, molto moderno, prende piuttosto la via del legno, senza esagerare mai in astringenza. Il risultato è un Laphroaig carico il giusto, piacevole e non piacione, magari non coerentissimo fra il naso sorprendentemente balsamico e il palato più classico. Divertente: 89/100.

Ardbeg 26 yo ‘The Kinship, edition n. 6’ (2019, Hunter Laing, 47.2%)
Anche questo un refill hogshead. C: vino bianco. N: il tempo ha smussato gli angoli perfino della Bestia di Islay. A prima impressione si direbbe pure troppo, perché è etereo, spruzzi di acqua di mare, una bottiglia di birra Corona con il lime (e il sale) bevuta sulla spiaggia. Bergamotto e menta a completare il piatto. Ah non siamo su Master Chef? Come non detto. La torba è sulle note della carta bruciata, anche se in profondità c’è qualcosa di più, carpaccio di pesce spada affumicato e frutti di mare affumicati anch’essi. Limone, semini di finocchio glassati, di quelli che ti danno al ristorante indiano per digerire. P: sorprendentemente dolce, ricorda quei vecchi Ardbeg che “trasudano” mineralità, quasi cerosi. Miele salato, limonata con limoni di Sorrento in cui qualcuno ha scenerato la sua Gauloise. Anche del marzapane, forse, o è cassata con la frutta candita? Il secondo palato è più torbato, ritorna il pesce affumicato (capesante). Molto vivace per essere un 26 anni. F: molto lungo, più torbato, con arachide tostata e salata e un accenno vegetale.
Un Ardbeg che fa della piacevolezza la sua arma in più, il che è sorprendente per una distilleria che ha fatto della brutalità la sua cifra. Qui invece tutto è vellutato, anche se sempre muscoloso. Il lato di frutti di mare affumicati è il più succulento, ma è il senso di frutta astratta e dolce che ci fa dare un punticino in più. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: The end of the Ocean – Worth everything ever wished for

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