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Maker’s Mark No. 46 (2020, OB, 47%)

Nella villetta dei signori Zucchetti, che diedero i natali al nostro barbuto amico, c’è una sola bottiglia in bella vista: un Maker’s Mark incastonato in una curiosa altalena di legno con cui il piccolo Zuc si baloccava da bimbo, facendola dondolare e cercando di non rompere la ceralacca rossa sul tappo. Tutto questo non significa nulla, ma testimonia – se ce ne fosse bisogno – quanto Maker’s Mark sia un marchio diffuso anche al di là della cerchia degli appassionati. In effetti, il bourbon nato negli anni Cinquanta ne ha fatta di strada da quando Bill Samuels Senior comprò la Burks distillery a Loretto, Kentucky, con l’idea di produrre “un whiskey che non faccia esplodere le orecchie”. In sostanza, un bourbon morbido, beverino e di qualità. Cosa che gli è riuscita piuttosto bene, dato che il marchio dal 2014 è di proprietà del colosso Beam Suntory.
Ma passando al nostro sample – che proviene dal master di Whisky Club Italia -, ecco a voi il no. 46, che non è per la gradazione, bensì perché è il 46esimo esperimento di Bill Samuels Jr. Esperimento assai originale, perché contiene il 16% di frumento nel mash e soprattutto perché in fase di finishing 10 doghe di rovere francese sono inserite nei barrel. L’età non è dichiarata, ma è fra gli 8 e i 10 anni.

N. si apre su una nota intensa di smalto, trielina alla banana (che dopo la nafta alla fragola è un nuovo passo nel futurismo recensorio). Il legno nuovo è tosto, più che tostato. Mandarino, cinque cereali e fieno, ma anche fiorellini secchi. Rispetto ad altri, manca la dolcezza appiccicosa. Resta comunque regina la banana (stop ai doppi sensi): sa di colazione, con cereali, banane e miele millefiori nella tazza, ma nessuno che ci versa il latte dentro. Anzi, ci versano ancora della vernice e dell’acetone, e incredibilmente non è neanche male. Pan di spagna all’alchermes e sugo delle pesche sciroppate.

P. scuro, denso e liquoroso. Angostura (saranno quelle centinaia di Old Fashioned bevuti che parlano?). Acidità notevole, salivazione e amarezza: compare un po’ di legno Ikea che non è bellissimo. Sa proprio di cocktail, scorza d’arancia. Poi però c’è una parte liquorosa, di liquore all’arancia. Forse le oak staves erano un po’ troppe, o un po’ troppo attive, perché l’effetto è una piccantezza legnosa non esattamente sotto controllo: peperoncino in fiocchi e un accenno di violetta nel retrogusto.

F. ancora arancia, dolce, non molto speziato ma molto piccante, medio lungo ma non indimenticabile.

Se al naso anche il tocco vinilico sembrava funzionare, al palato le cose non vanno alla grande. La sensazione è che il kick delle doghe extra sia perfetto per farlo emergere in mixology, ma un po’ troppo dominante in bevuta liscia. Anche perché del bourbon classico non ha la morbida facilità di beva, rimanendo invece più austero. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mark Lanegan ft. PJ Harvey – Hit the city

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