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Dad’s Hat Pennsylvania rye (2020, OB, 45%)

Prima del Tennessee e ancor prima del Kentucky, quando i coloni europei erano da poco arrivati nel Nuovo Mondo ed erano bramosi di coltivare cereali da distillare come da secoli si faceva in Irlanda e Scozia, la Pennsylvania era il Bengodi del whiskey americano. Whiskey di segale, ovviamente. Un primato perso con il proibizionismo, ma rimasto sottotraccia per un secolo, fino a quando nel 2010 Herman Mihalich e John Cooper, compagni di università e appassionati birraioli, non hanno deciso di aprire la Dad’s Hat distillery a Bristol. Nome curioso, dedicato alla passione per i cappelli che il padre di Herman, gestore della taverna di famiglia, era solito portare. Qui, i racconti sul mito dello stile locale di rye whiskey si susseguivano e la missione di ricreare quel particolare sapore è alla base del marchio.
Noi assaggiamo l’entry level, che fa parte di un discreto core range di soli whiskey di segale, in cui spicca anche un’espressione affinata in botti di vermouth. Due cosine tecniche: invecchiamento di minimo 6 mesi in quarter cask di rovere vergine tostato a livello 3/4. Il mash è all’80% segale, 15% malto e 5% segale maltata. Viene distillato due volte in pot still di manifattura tedesca e colonna di rettifica. Siamo quasi stupiti dalla precisione e dalla sobrietà di questa introduzione. Tanto di cappello a noi.

N. da subito sembra molto interessante, parte erbaceo e scuro, austero, con una spettacolare nota di prugna e albicocca secca che ricorda il cognac. Davvero assai profumato, con un sottobosco un po’ tostato e un lato floreale che ricorda l’erica di Highland Park e soprattutto i fiori di sambuco, proprio nitidi. Note di legno aromatico (legno di rosa), di liquore alle erbe. Riesce ad essere dolce senza stucchevolezza: strudel liquido, mela disidratata e fieno secco. Qualcuno, alla serata di Whisky Club Italia dedicata agli American whiskey, parla di acetone, ma accà nisciun se n’è accuort’, come dicono a Pittsburgh. Dopo una decina di minuti il pepe e la dolcezza si fanno preminenti. Caramelle Leone alla fragola, alla pesca, alla violetta, a quello che volete ma insomma Leone.

P. uno sviluppo verticale pazzesco: parte avvolgente e oleoso, molto strutturato e severo. Andiamo con ordine: c’è innanzitutto una frutta strana, stracotta (mela e uvetta, ancora strudel) e processata: ancora le caramelline Leone. Poi, deglutito, esplode la piccantezza legnosetta, proprio di peperoncino e ginger, unita a un lato curiosamente salato. Arachidi, anacardi, ma anche una screziatura minerale che fa venire in mente la roccia vulcanica. Qui si fa particolarmente dritto e senza compromessi. Forse quel che manca è un tono di eleganza in più, perché la sensazione è un po’ brutale, soprattutto per quanto riguarda il retrogusto alcolico.

F. caffè macinato tostato, ancora pepe rosa e un senso di croccante alle mandorle bruciatino. Violetta.

Non è molto comune trovare un rye in cui la maggior qualità sia la complessità, specie tenendo conto del fatto che gli invecchiamenti sono brevi e i legni iperattivi. Invece qui siamo di fronte a un prodotto integerrimo, certamente artigianale, affascinante, che regala sensazioni differenti e quasi contrastanti. Non è semplice da bere, ma lascia più di uno spunto di riflessione, e noi oggi ci sentiamo molto riflessivi. Voto: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Dead South – In Hell I’ll be in good company, un tripudio di America e cappelli

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