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Evan Williams 2010 single barrel (2010/2018, Heaven Hill, 43.3%)

Iniziamo con questo single cask #1092 di Evan Williams invecchiato otto anni una scartavetrata di recensioni di whiskey americani, che recentemente ci stiamo filando poco e dunque urge rimediare. L’occasione di tanti assaggi è stato il master online organizzato dai ragazzoni di Whisky Club Italia, tenutosi a metà del 2021. Con il nostro proverbiale tempismo, che tanto ci contraddistingue, oggi si parte. E si parte con un’espressione di un marchio storico, dato che Evan Williams fu il primo ad aprire una distilleria commerciale in Kentucky nel 1783. Distillato ad Heaven Hill, Louisville, è il secondo whiskey americano più venduto. Ma non stiamo parlando di questa bottiglia, che è un single cask.


N: appena versato, la stanza si riempie di cocco, in tutte le sue vesti: polvere di cocco per torte, latte di cocco, coccobellococcofresco sulla spiaggia a Ferragosto. Molto, molto dolce, naso intensissimo, lo si può annusare da un’altra stanza. Un filo di acetone e smalto non manca, ma tutto sommato delicato e poco incisivo. Ci sono poi sentori appiccicaticci, di caramello, banana spiaccicata, mango, miele, torrone morbido, arancia candita. E una parte crescente di legno aromatico e menta, con note balsamiche, che testimonia il lungo influsso del legno nuovo. Fresco, bello.

P: stranamente emergono due anime fiere e ben distinte: un lato di legno e spezie davvero prominente, piccante e asciuttissimo, con pepe e peperoncino; e poi una parte estremamente zuccherina, fruttata, con un guizzo di aceto di mele e arancia e cucchiaiate di zucchero di canna che si sciolgono sulla lingua. Salivazione imponente, e ritorna la parte acetica. Miele di castagno. Meno balsamico del naso, ma sempre incentrato su legni aromatici. Pure troppo aromatici, perché il retrogusto è colmo di violetta.

F: pepato, lascia la bocca “provata” nonostante il grado alcolico ridotto. Arancia candita, un po’ di semi di finocchio. Mineralino e non si sa bene perché.

Succede abbastanza spesso che i bourbon dalle maturazioni più lunghe del solito siano un po’ Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Nel senso che al naso fanno sfracelli, spaccano tutto, regalano emozioni rutilanti. Mentre invece al palato pagano dazio al legno, perdendo un po’ di quella bevibilità amatoriale che i whiskey americani assicurano. Questo dram non fa differenza, anche se siamo distanti anni luce da certe esagerazioni legnose. Qui semplicemente il barile è assai presente, austero nonostante il carattere morbido del distillato, e in bocca è meno amichevole del previsto. Però rimane comunque un bel whiskey: 84/100 (punto in meno per la violetta, che è la nostra kriptonite).

Sottofondo musicale consigliato: Blues Pills – Ain’t no change

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