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Il gioco delle coppie: due Balvenie 25 yo

Milano, interno sera di un apprezzato studio notarile. “Oh, dobbiamo assaggiare il Balvenie 25 eh, l’ho preso al Festival”. “Ah, pensa che io me lo sono fatto mandare. Beh dai, per stavolta abbiamo un campione a testa”. Ognuno estrae il suo sample. Ed è lì che scatta la Carrambata: sono due Balvenie 25 diversi. Cioè, non due diverse release, proprio due diversi imbottigliamenti. Uno di quei segni cosmici tipo l’allineamento dei pianeti o tu che ti svegli la mattina con scompensi gastrici e pure intestinali. Insomma, eventi rari e indicativi. Coincidenze? Non crediamo… Nella fattispecie, uno è il Balvenie 25 anni “Rare marriages”, in cui David Stewart ha blendato barili di rovere americano ed europeo, seguendo grosso modo il procedimento dei Balvenie Tun. L’altro è il single barrel “Traditional oak” #4219. Non il primo che beviamo, dato che già ne provammo uno del 2015.

Balvenie 25 yo “Rare marriages” (2021, OB, 48%)
C: oro carico. N: clamoroso a Milano! Basta il primo naso per commuoversi. Sembra uno spot per gli invecchiamenti in barili ex Bourbon, elegante e subito centrato su miele di acacia e frutta (prugne regina Claudia, susine, ananas disidratato, banana, mela). Poi squillo di trombe, entra sua maestà il malto. Biscotti caldi appena sfornati, pasta frolla, il tutto elevato al grado di paradiso da una patina di cera d’api sui mobili. Favo colante e brutti-ma-buoni alle nocciole. P: buonissimo, una splendida commistione di frutta e legno. Rispetto al naso, scendiamo di un gradino nella scala della profondità e del colore, passando a qualcosa di più “arancione”: mandarino, nespole e albicocca più acidina che è la nota chiave che lo tiene vivace e teso. Il miele c’è ancora, ma è più un’idea, una sensazione che si incolla al palato e non va via. Ancora molto malto, fette biscottate tostate, crumble di mele. Che delizia. L’elencazione sembra banale, ma è l’armonia la cosa eccezionale. F: lungo, meno dolce, con fette biscottate, legno tiepido, nocciolo di pesca e malto.
Grado perfetto, legno perfetto, dolcezza perfetta. Come detto, sembra semplice solo a prima vista. In realtà, se si indaga bene la nota tostata è il guizzo che dà a tutto una sfumatura più complessa. Un whisky da comfort zone dorata, ma che bello ogni tanto evadere dagli abissi difficili della percezione di dram complicatissimi. Ricordiamolo: non tutti devono per forza sapere di sangue, privazioni e ossessioni per raggiungere voti da empireo: 91/100.

Balvenie 25 yo single barrel “Traditional oak” (2019, OB, 47,8%)
C: vino bianco. N: anche qui la frutta è sugli scudi, ma in generale il naso sembra più asciutto e spigoloso, meno incline ai lussi e più frugale, per quanto possa essere sobrio un Balvenie 25 anni. La frutta anche è differente, più evoluta e decisamente più tropicale, con ananas e frutto della passione oltre alle già citate susine gialle. Meno vaniglia e pasta frolla e un lato fresco/minerale insolito e più evidente: niente di costiero, ma un senso di rugiada mattutina. Che poeti nati, che siamo. P: rimaniamo nel campo fatato del tropicale che così tanti bonari sfottò ci ha attirato. Mica è colpa nostra se anche qui il maracuja, l’ananas acerbo, il lime e il pomelo ci fanno volare via. Ma andiamo con ordine. Il tipo di frutta, acidina e affilata, ci parla di botti più refill rispetto al “Rare marriages”. Meno avvolgente e pieno, ma teso e con guizzi erbacei splendidi. C’è anche quel senso di emeroteca che solo chi come noi ha mordicchiato per anni incunaboli preziosi può riconoscere. Il retrogusto è ancora della frutta, ma più “sudata”, con un cedro candito elegantissimo. F: pompelmo maturo, miele, di nuovo erbaceo. Mandorla amara?
Essere diversi per essere (quasi) buoni uguali. 90/100, anche se siamo stati tentati dal 91 pari. Qui vince la freschezza sull’eleganza, anche se rimaniamo nei quartieri alti, di certo non stiamo bevendo un whisky proletario. Dovessimo tirare le somme: questo è meno ricco ma più agile di beva, il che è bello, ma siamo venali e la ricchezza per noi è sempre un valore. Sì, siamo diventati degenerati plutocrati.

Sottofondo musicale consigliato: Brant Bjork – Too many chiefs, not enough indians

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