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Ardbeg ‘Lord of the Isles’ 2001 (1976/2001, OB, 46%)

Il “Signore delle isole”

Frequentare per diletto o per lavoro collezionisti bevitori ha parecchi risvolti positivi. Si imparano un sacco di cose, ci si diverte un sacco e capita di assaggiare cose incredibili. Perché se andate a casa di un amico magari trovate aperto su una mensola un Talisker 18, ma se passate da un collezionista bevitore potete imbattervi nella prima release del mitico Ardbeg Lord of the Isles.
Il Signore delle Isole è un titolo nobiliare scozzese che ha origini antiche. Ai tempi delle scorribande vichinghe in Europa, infatti, venne creata questa figura, vassallo sia dei re vichinghi sia dei re di Scozia ma di fatto autonomo e con sede al castello di Finlaggan, proprio nel centro di Islay, sulla strada che collega Bowmore e Port Askaig. La dinastia fu fondata dai progenitori del clan MacDougall, il cui discendente John nel 1815 fondò Ardbeg. Poi vi mandiamo l’iban per pagarci la ripetizione di storia medievale, eh.
Ad ogni modo, il “Lord of the Isles” è stato l’imbottigliamento principe del core range di Ardbeg dal 2001 al 2007. La primea release – che beviamo ora – è stata distillata nel 1976 ed ha dunque 25 anni, ma tutte sono state distillate fra il ’76 e il ’77, dunque le successive contengono anche whisky di oltre 25 anni. Il colore è oro.

N: si apre con un senso di oleosità profumata che ricorda il Patanegra e con note farmy decise ma eleganti: fienile in fattoria. A questa dimensione si collega subito la torba, sottoforma di tizzoni spenti, falò. Però qui occorre fare una pausa perché si rischia di non spiegare bene. La forma scritta presuppone un elenco, un prima e un dopo. Invece questo olfatto è un prodigio di simultaneità, tutto è impastato divinamente insieme. Per cui una croccantezza verde di mela Granny Smith e lime si fonde a una dolcezza grassa che ricorda l’Emmenthal e a un lato marino esuberante di ostriche, alghe e acqua salata. Non è terreno, questo whisky. E da tutta questa complessità spunta anche una morbidezza indefinibile di macedonia, crema, ananas e torta mille frutti. Ma anche chips di mela e mango, kiwi golden e vaniglia. Ma ancora iodio, ancora lime, foglie di curry… Semplicemente infinito, straordinario.

P: il fatto che fosse aperto da un po’ forse gli ha fatto perdere grado, di certo non ha intaccato lo charme. Setoso, avvolgente, è un monumento all’evoluzione del whisky. Sembra un succo di frutta, ma con gli olii essenziali: ha una densità specifica di sapore sconvolgente. La torba è raffinata, anche se il termine giusto è stagionata, dato che è tutta incentrata su cibi sapidi affumicati: formaggio grasso a pasta gialla, cozze affumicate del Kintyre. La frutta gialla, pastosa e piena, è mela cotta e ananas, ma verso il secondo palato si fa più salata, con note di salamoia. Continua a cambiare e nell’estasi di olii vari (olio di lino, di frutta secca), ecco sprazzi di fumo e fave di cacao bruciate. Anche qui siamo in territori paradisiaci.

F: infinito e anche qui multiforme. Una crema dolce brulèe su cui qualcuno ha spolverato cannella, pepe bianco e una cenere salata.

Recentemente di whisky buoni ne abbiamo assaggiati parecchi, ma questo non è buono, è eccellente e anche emozionante nella sua indescrivibile trama fitta e morbidissima di suggestioni opposte. Facciamo i nerd: sembra un quadro impressionista, in cui piccole pennellate di colori anche contrastanti vengono giustapposte così da creare da lontano l’effetto ottico di un capolavoro. Qui succede lo stesso, sensazioni perfettamente distinguibili eppure avviluppate insieme a un livello ennesimo di complessità ed evoluzione. I numeri sono importanti: 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Elton John – Lord of the Flies

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