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Lindores Abbey MCDXCIV (2021, OB, 46%)

Doppia Lindores Abbey: resti dell’abbazia e distilleria nuova di zecca

L’eccitazione che ci dà aggiungere una nuova casella nel nostro elenco delle distillerie assaggiate la proviamo poche volte: quando togliamo la pellicola da un telefono, quando beviamo le IPA dell’Harp Pub dopo una sessione di recensioni e quando intoniamo coretti offensivi nei confronti di Giacomo. Quindi è con grande gioia che oggi apriamo il capitolo – speriamo lungo – dei Lindores Abbey degustati da questa allegra banda di debosciati.
Momento spiegone, sapete che non potete evitarlo. Oddio, potremmo cavarcela linkandovi questo esaustivo articolone, ma ci fa piacere annoiarvi, siamo fatti così. Dell’abbazia di Lindores oggi restano giusto quattro sassi in croce nel territorio di Newburgh, paesino massimamente inutile sull’estuario del Tay. Eppure, l’abbazia è di capitale importanza per noi beoni, dato che la prima testimonianza scritta della distillazione dello Scotch riferisce nel 1494 di tale frate John Cor e della sua intenzione di distillare acquavite dal malto. John Cor – carramba what a surprise! – era monaco tironesiano proprio a Lindores, “la casa spirituale” del whisky.

Con un salto spaziotemporale arriviamo al 2013, quando i coniugi Drew e Helen McKenzie Smith hanno deciso di investire dieci bei milioncini di sterline per costruire una delle più interessanti distillerie della penisola di Fife, nuova terra promessa dei distillatori. Inaugurata nel 2017, con i suoi tre alambicchi (uno wash still, due spirit still) produce un whisky leggermente torbato, utilizzando orzo locale del Fife maltato da Muntons. Tre piccole curiosità: un quarto delle warehouse viene riscaldato per accelerare la maturazione del whisky; il ceppo di lieviti utilizzato è stato replicato da un lievito del XV secolo grazie alla collaborazione con la Heriot-Watt University; al momento è la più settentrionale distilleria delle Lowlands. Ah, viene prodotta anche una “Aqua vitae”, cioè whisky non invecchiato, per omaggiare il vecchio John Cor.
Abbiamo sproloquiato abbastanza, assaggiamo il single malt MCDXCIV, che fa 1494 in numeri arabi e richiama la data del documento sulla nascita dello Scotch. Non è il primo rilascio della distilleria, ma il primo rilascio commerciale, ovvero la base del core range. La maturazione avviene in un mix di botti ex bourbon, ex sherry e barriques di vino. Lo importa in Italia Fabio Ermoli in carne, ossa e baffi.

N: giovinezza primavera di bellezza. Pera e mela gialla sprizzano da ogni goccia, con forse qualcosa che ricorda il mandarino. Non c’è però solo questa dimensione fruttata e lievitata. Presto il naso si arricchisce di un delizioso aroma di pasticceria casalinga, fatta di frollini al burro e i Cuor di mela del Mulino Bianco. Che non si fanno in casa ma si comprano al supermercato, è vero, ma se avete voglia di polemizzare possiamo risolverla fuori, eh! C’è poi un lato nitidamente minerale che sembra ricoprire tutto. Qualcosa che ci fa venire in mente il gesso, ma con un’extra sfumatura quasi medicinale: magnesia bisurata, o Polase. Polverinoso, se esistesse il termine.

P: coerente, non facciamo copia-incolla del naso perché abbiamo una dignità. Se vogliamo trovare dei punti di discontinuità con l’olfatto, si può dire che qui la gioventù è meno ribalda, il che si traduce in un miglioramento in termini di cremosità. Crema di frutta (pesca e melone), un budino alla vaniglia appena fatto, qualcosa del melone. E poi un senso perdurante di burro fuso che tutto avvolge. Limone, nel retrogusto. Molto piacevole.

F: più lungo del previsto, con un ritorno di gesso e un senso mentolato, come di anice. Spunta il legno, con liquirizia e speziette.

La musica, ed essendo due di noi ex membri di una band lo possono ben dire, a volte è tutta questione di andamento. In questo whisky, la cui qualità di base è evidentemente solida, l’andamento è quel che ci colpisce. Un andamento sinusoidale, con un naso relativamente semplice seguito da un palato sorprendentemente ricco e da un finale di nuovo minerale in cui fa capolino il barile. Funziona come un romanzo di quelli che fanno finire un capitolo sul più bello, così corri a leggere il successivo. Non svela subito tutte le sue potenzialità, le mette in mostra poco alla volta, il che rende più coinvolgente la bevuta. Va beh, anche basta con le similitudini: 85/100. Se vi venisse quella voglia matta di Lowlands, potete trovarlo qui.

Sottofondo musicale consigliato: Morgan Wallen – Up down (minuto 1:30, basta cambiare bottiglia…). Dopodiché, ci sentiamo di consigliarvi anche questo sketch dei Three drunken monks. Fidatevi.

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