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Laphroaig 25 yo (2021, OB, 51,9%)

Ci siamo sgranchiti bene, abbiamo assunto integratori e fatto stretching alle narici e al gomito, che sono sempre i punti in cui ci si infortuna più spesso in questi casi. E dunque possiamo finalmente lanciarci nella lunga maratona degustatoria dei samples che abbiamo raccolto al Milano Whisky Festival. Ormai la nostra caccia predatoria di campioni di ogni genere è nota, un genere letterario a sé che meriterebbe fior fior di saggi. Per esempio, cosa ci muove a portare quintali di boccettini in vetro ed etichette di ogni tipo? Quale brama inconfessabile si cela dietro l’accumulo di decine e decine di whisky? Ai poster (e ai posteri) l’ardua sentenza. Ad ogni modo, dato che anche quest’anno abbiamo fatto schifo e siamo tornati con bastimenti carichi di cose da provare, chiudiamola qui e iniziamo.

Il primo whisky dal Festival che condividiamo con voi è il Laphroaig 25 anni dalla spettacolare masterclass organizzata da Stock, da poco distributore dei marchi del gruppo Beam Suntory. Erano le 17 di lunedì pomeriggio, a poche ore dalla chiusura degli stand, e il brand ambassador Marco Gheza ci ha versato 4 lauti dram, presentati da due profeti nostrani del malto, ovvero Angelo Corbetta e Giorgio D’Ambrosio. Tralasciando il 10 anni, presto recensiremo anche il cask strength di quest’anno e il 33 anni appena arrivato in Italia. Perché iniziamo dal 25? Perché ci girava così, non dovremo mica giustificarci, no, cos’è diventato questo Paese, una dittatura in cui uno non è più libero neanche di iniziare a bere da un 25 anni? Dove andremo a finire di questo passo…

N: la prima sensazione è una freschezza elegante, ma per nulla delicata. Si apre vegetale, con mela verde, lime e carambola. Ma anche pompelmo e ananas, che ci regala l’idea di un naso giallo-verde. Prima di affrontare il capitolo torba (ci arriviamo, ci arriviamo…), lasciateci evocare la caramella alla menta, che testimonia ancora la freschezza di cui sopra. Ed eccoci alla torba, che se paragonata a quella devastante del cask strength è più contratta, ma non per questo timida. Anzi, è una torba poco fumosa ma acre, anche qui piuttosto verde. Timo bruciato. Completa il naso una nota oleosa che tende al pesce: olio di merluzzo? Un naso intrigante.

P: il barile, come spesso succede nei Laphroaig di oggi, è senz’altro il protagonista di questo invecchiamento. Tanta la botte, con legno dolce, baccello di vaniglia. La torba cambia, si fa più bruciata e persistente, il che contribuisce alla generale intensità, davvero notevole per un 25 anni. Anche la sapidità è in crescendo, mentre si affievolisce un attimo il lato vegetale, che qui è più resinoso che verde. La frutta se ne sta in panchina, come le riserve. Scende invece in campo il dna medicinale della distilleria, con garze e pasta del dentista, che si fanno sentire nel retrogusto.

F: lungo, medicinale e bruciato. Nocciole salate amarine e qualcosa di affumicato che può sembrare prosciutto o pop corn. Che sono due cose diverse, non siamo del tutto impazziti, non è che affettiamo pop corn per metterli nei panini e sgranocchiamo prosciutto al cinema, è solo che la suggestione saporita è molto cangiante.

Prima di assaggiare questo whisky siamo andati a vedere qui e là le opinioni sulle vecchie release. Al di là della nostra, siamo rimasti colpiti dalla severità dei giudizi di Angus sulle edizioni 2017 e 2018, che non erano andate oltre gli 84/100. Diciamo subito che qui giochiamo un’altra partita, perché senz’altro è un ottimo whisky, con personalità, intensità e quella fresca eleganza che ci aveva colpito al naso. Siamo però di fronte a un whisky molto moderno, costruito perfettamente a partire dal grande influsso della botte. La dolcezza più smaccata, la torba più potente, il legno più evidente: insomma, è un Laphroaig sfacciato e un po’ ruffiano, ma di facile beva e notevole soddisfazione. Lo premiamo: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Siouxsie and the Banshees – Into the light

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