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Una sfilata di Hart Brothers

Il whisky è un distillato assai familistico, ormai lo abbiamo imparato. Dinastie, casati, stirpi di distillatori e blender si susseguono nei decenni e costruiscono la storia liquida dei marchi. In particolare, la fratellanza è un concetto assai frequente nello Scotch, dai Chivas ai Lang, dai Laing agli Yates, senza contare i più famosi di tutti, i mitici Walker che hanno reso il Johnnie Walker il re dei blended.
In tutta questa rete di consanguineità, però, non ci siamo mai soffermati granché sugli Hart Brothers, che non sono gli omonimi wrestler canadesi ma un’etichetta di imbottigliatori indipendenti attiva dal 1964 a Paisley, cittadina ex centro tessile alle porte di Glasgow, nonché sede del glorioso (più o meno…) St. Mirren football club. Iain, Donald e Alistair da mezzo secolo selezionano e imbottigliano senza colorazione né filtrazione a freddo, ma con un’etichetta di rara mestizia. In passato abbiamo assaggiato qualcosa, ora è tempo di fare un corso monografico dedicato. Grazie a Corrado che in fase di onniscienza ha pensato bene di fare man bassa di samples. Promettiamo che saremo sintetici, come dicono i produttori cinesi di magliette.

Miltonduff 11 yo (2005/2016, Hart brothers, 52,5%)

Il barile è un first fill sherry, il colore è ambra chiara. N. eh, lo sherry si sente. Arancia, polvere di cacao, cascate di liquirizia. Boero al maraschino e albicocche secche. C’è un senso polveroso che aleggia sopra la dolcezza di zucchero muscovado e datteri. Molto intenso, profondo. P. qui la dolcezza mette la quinta: sticky toffee pudding, cioccolato, caramello e marmellata di ciliegia. Una torta sacher nella sua quintessenza. Naso goloso, proprio buono. Un accenno di legno, ribes nero e una teoria di frutti rossoneri che farebbero la gioia di ogni tifoso milanista. F. cioccolato, liquirizia e marmellata di amarene.
Super soddisfacente, ricchissimo e cremoso. Lo sherry non si nasconde, se vogliamo esagera anche un po’ nei toni del dolce, ma senza mai essere stucchevole. Grado perfetto. 86/100.

Ben Nevis 13 yo (2003/2017, Hart brothers, 53,3%)

L’unico Highlander in una squadra di speysider. Botte ex bourbon, anche questo della serie “Finest collection”, colore vino bianco. N. nudo, ma non privo di fascino. Cereale, un tocco di metallo e una parte organica e umida curiosa, tra il sacco di iuta e il cuoio. La frutta è tra la mela gialla e l’arancia navel, in crescendo, con accenni croccanti di carambola. Un senso di olio di colza, a sottolineare l’anima grassa di Ben Nevis. P. affilato, non le manda a dire. Attacca deciso su limone, pompelmo giallo e un accenno di gesso. Succo di pompelmo salato, con anche una dimensione erbacea di foglia di limone o lemongrass. Il cereale c’è, così come la frutta secca (mandorla). Chiude più dolce, con il solito tocco metallico. Qualcuno dice “è come leccare una tromba”. Ignoriamo i suoi gusti sessuali e anche le sue competenze musicali. F. saporito, prugne gialle acerbe.
Come quasi sempre con i Ben Nevis, profilo interessante. Ma divisivo, va detto. Le note off che a noi fanno impazzire possono prendere in contropiede i cultori di whisky più apollinei. Però è solido, lungo e naturale il giusto. Lo premiamo: 85/100.

Linkwood 17 yo (1997/2014, Hart brothers, 54,1%)

Dalla “Finest collection”, un barile di rovere americano a grado pieno. Colore vino bianco. N. ehi, che acidità. Scorza di pompelmo verde, Citrosodina, sourdough bread (quel pane inglese con dentro la soda che ti fa venire il reflusso). Ha 17 anni ma ne mette molti meno. Canditi, matita temperata, magnesia, a testimoniare una certa mineralità. Anche un senso di anice e di carvi, fresco. Col tempo migliora, la frutta si fa più dolce (litchees) e la parte “verde” più compiutamente piacevole: té verde, talco e balsamo tigre. Evoluzione notevole. P. resta acido, anche se meno violento. Succo di limone, con un guizzo amaro di semini. Ancora un accenno di mineralità. Poi però subentra un effetto di carta antica, di biblioteca, che impreziosisce il tutto. Spezie del legno (pepe bianco), ma corpo piuttosto leggero. F. poco persistente, minerale, limone e chicco d’orzo.
Non per tutti e non per epicurei. Molto acido, puntuto, senza comfort né curve. Il naso è deludente, il palato più interessante ma tende a sfuggire. Quasi tutto giocato su agrume e cereale, con un tocco di maturità che aumenta un punteggio comunque non entusiasmante: 83/100.

Glenallachie 19 yo (1995/2015, Hart brothers, 56,7%)

Grado pieno, quercia americana, il colore è oro carico. N. …e anche carico di legno, perché il naso è proprio di mobile lucidato con la cera d’api, sandalo e spezie (chiodi di garofano, cannella). Note profonde di arancia, caramello fuso e scorzette dragée. Uva passa sotto spirito, prugne secche, acidità del cioccolato (quell’acidità tipica di Glenallachie). Sono sensazioni quasi da sherry e siamo parecchio sorpresi. In generale è un olfatto molto “lavorato”, complesso, poco succoso e fresco. P. coerente con il naso, di nuovo ricco di cioccolato (di Modica). Si fa più austero, con le spezie che fanno un passo indietro (pepe, chiodi di garofano). Un buon corpo tutto sui toni della nocciola, con di nuovo sfumature di frutta acidina, come arancia e amarena. Legno in abbondanza. F. medio lungo, sulla frutta secca e le spezie.
Un whisky fatto davvero molto bene, muscolare e carico, ma magistralmente bilanciato. Le spezie dolci reggono il gioco alla parte più secca data dall’età e dal barile. E anche l’acidità dello spirito è perfettamente integrata. Non quel che ci aspettavamo, forse meglio: 87/100.

Auchroisk 20 yo (1995/2015, Hart brothers, 56,3%)

Grado pieno, quercia americana, idem insomma. Ma il colore è paglierino. N. che timidone. E oltre alla timidezza ha anche quasi un ritardo, nel senso che sembra un bambinetto: silos di cereali, pane, e quelle note di distillato tra pera e buccia di mela. Ma stiamo parlando davvero di un vent’anni? Miele d’acacia, un filo di mandorla verde e del confetto. Arancia leggera. Sembra un 10 anni, c’è anche un senso di cereale umido. Mah. P. attacco ordinario, molto whiskoso. Nel senso che c’è del biscotto Oro Saiwa, con mela, miele e banana verde. La seconda parte si fa più sporca e più alcolica, però più interessante: polline, liquirizia, ginger. Balena qui e là della trielina. F. bucce di frutta tendenti all’amaro, miele, yogurt intero.
Non entusiasma in nessuna delle tre fasi. Non ha difetti imperdonabili né handicap giganteschi, ma è tempestato di piccoli nei ed imperfezioni, la peggiore della quale è il senso di gioventù fuori tempo massimo. 81/100.

Glentauchers 22 yo (1992/2014, Hart brothers, 54,8%)

“Finest collection”, color vino bianco. N. e infine, l’eleganza nel bicchiere. L’ingresso è floreale, tra erica e fiori bianchi. Poi subentrano miele e mandorla, sottoforma di dolcetti orientali. Non è finita, perché a stretto giro di posta arriva la frutta, mela croccante, ananas e kiwi gold. Eh, tanta roba. Col tempo si distinguono due lati fusi insieme: un senso di cantina e legno e un’esuberanza fresca e aromatica di miele millefiori e bergamotto. Non una bomba di intensità, ma che delicata piacevolezza… P. di nuovo elegante, di nuovo ottimo. L’agrume evoluto prende una via cerosa (cedro), mentre il legno non è mai aggressivo. Avvolge il palato con una patina di lussuria che ci entusiasma. Riesce anche ad essere beverino, l’invito al sorso è irresistibile. Frutta gialla, miele, mandorla, cera, fiori, tutti fusi insieme. Meno pasticceria, però. F. ancora floreale, ceroso, cedro e mela gialla. Burro salato.
Glentauchers è distilleria che tendiamo a snobbare, e questa è la dimostrazione che siamo dei mentecatti. Perché nel bicchiere abbiamo un sorprendente dram che unisce eleganza e brio e lo fa fondendo insieme le sensazioni. Davvero difficile scomporlo, il che significa che è invecchiato bene: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Blues Brothers – She caught the Katy

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5 thoughts on “Una sfilata di Hart Brothers

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