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Springbank Local Barley 10 yo (2010/2020, OB, 55.6%)

Siccome il nostro ameno gruppetto è ideologicamente assai variegato e spazia dalla sinistra extraparlamentare più robbosa al conservatorismo più estremo che ancora rimpiange il vassallaggio, e siccome fondamentalmente ai partiti abbiamo sempre preferito le partite – di calcio o di stupefacenti -, non ci siamo mai sognati di infilare riferimenti politici nelle recensioni.
Per questo anche oggi che torniamo nella nostra cara Springbank ci guarderemo bene dall’addentrarci in discorsi sulla glocalizzazione, di cui la serie Local Barley è un gustosissimo esempio. La prima bottiglia considerata antesignana del Local Barley è del 1988 e in etichetta riportava la scritta “only single Campbeltown malt”. Per tutti gli anni ’90 la distilleria continuò ad imbottigliare espressioni vintage a grado pieno di considerevole invecchiamento e ottenute solo con orzo coltivato nel Kintyre e queste bottiglie – considerate le vette dello stile Campbeltown di distillazione degli anni ’60 – sono oggi parecchio ricercate dai collezionisti. La vera e propria serie Local Barley invece fu lanciata nel 2001 e ancora continua ad emozionare (e a macinare prezzi da record in asta).
Oggi assaggiamo una release del 2020 invecchiata in sherry casks per 10 anni: l’orzo di varietà Belgravia proviene tutto dalla Glencraig Farm, un’azienda a 3 km da Campbeltown. Ne hanno tirate 8.500 bottiglie e noi abbiamo sete, tanta sete. Il colore è un’ambra rosso scuro, quasi mogano.

N. questo signori è un Oloroso gotico, oscuro, quasi death metal: una zaffata di nafta e diesel, inchiostro, ma soprattutto matita e grafite. Che sporcizia minerale e divina! Dobbiamo sforzarci di non esagerare con le note, perché ci viene in mente di tutto. Andiamo con ordine, iniziando da un’anima organica e autunnale di foglie umide, té iper-infuso e una torba materica. Decisamente più terra che mare. Poi è il turno del lato più sapido e umami, con salsa di soia e funghi, quel senso di salamoia che sta a Campbeltown come il coccodrillino alla Lacoste. Infine la frutta, processata e rappresa, con marmellata di albicocche, rabarbaro e fragola. Non ci tratteniamo, ci scappa un’ultima immagine: le Ricola ai frutti neri ed erbe.

P. adoriamo l’odore del napalm alla mattina presto, ma anche di sera non ci dispiace. E qui c’è proprio un bombardamento di sapore ad accoglierci. Rispetto al naso, aumentano le note più classiche di Oloroso, soprattutto cioccolato fondente e caffè della moka, oltre alla sempre attuale marmellata di frutti rossi (ribes, fragola e amarena). Nel complesso è solidamente coerente con il naso, uno sherried potentissimo e saporito: olive nere in salamoia, ancora salsa di soia e funghi. Però a ben vedere (o a ben bere?) qualche differenza rispetto all’olfatto si trova: la torba è più nitida, sotto forma di uvetta bruciacchiata, e soprattutto c’è una scudisciata di tannini che “asciugano” il profilo. Note costiere appena accennate, sale a profusione. Si chiude con un ritorno alla “sporcizia” di Campbeltown, come mettere il naso tra gli ingranaggi di un macchinario. Spezie in levare, pepe nero e cardamomo. Che complessità!

F. caffè, uva fragola e sale affumicato, all’infinito. Chiude sul legno, allappante. Mirtillo e cenere.

L’aggettivo che ci viene in mente è “coinvolgente”. Nel senso che ti trascina proprio nell’esperienza e non riesci ad affrontarlo con distacco. E’ uno di quegli sherry monster totali che moltiplicano all’infinito l’intensità di ogni singola suggestione: senti il cioccolato e il cioccolato è straripante; poi avverti un tocco di mare e subito sei scaraventato sulla costa, nell’acqua salata, e così via. Un whisky difficile, devastante nella sua forza, allo stesso tempo primordiale (la materia prima, il legno, il mare) e perfettamente costruito. Whisky d’altri tempi, per cultori dell’espressionismo e non dell’impressionismo, del metallo e non della seta. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Foo Fighters – All my life

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