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Islay triello: Islay Thompson bros. 30 yo (1990/2021, Thompson bros., 48,8%) vs Islay Whisky Sponge 28 yo (1992/2021, Whisky Sponge, 52,5%) vs Islay Jack’s pirate Sachsen edition (2016, Jack Wieber, 51,5%)

Arriva sempre un momento nella vita in cui bisogna sistemare. Rimettere ordine nel caos, dare regole severe allo spazio informe intorno a noi. Il che di solito si traduce in cassetti svuotati, libri accatastati in attesa di decidere se verranno catalogati in ordine alfabetico, cromatico o di editore, e soprattutto significa fare una cernita dei samples.
Ora, siccome quel momento qualche tempo fa è giunto anche per noi, abbiamo approfittato per cambiare filosofia. Non più divisi per regione, ma in rigoroso ordine alfabetico per distilleria (a proposito, sarebbe divertente sapere come catalogano i samples gli appassionati, scommettiamo che esistano metodi inimmaginabili…). Il fatto è che, comunque li si rigiri, ci siamo ritrovati con vicini vicini tre campioni di whisky enigmatici da Islay e per non rovinare il loro bel rapporto di amicizia abbiamo deciso di berceli tutti e tre in sequenza. Un delirietto di indipendenti che possono dare soddisfazione.

Islay 30 yo (1990/2021, Thompson brothers, 48,8%)

Single malt di trent’anni invecchiato in refill barrel, 273 bottiglie, etichetta bellissima. Il colore è oro. N. pungentino, se non fosse per il tocco medicinale abbastanza netto diremmo Ardbeg, ma forse forse è Laphroaig. Chi lo sa. Non il più espressivo dei trentenni isolani, ma comunque un naso complesso, con note erbacee di genziana e una frutta verde acidula, tra il kiwi, il cedro e il ribes bianco. Fumo? Pochissimo, solo un fioco ricordo. Molto più insistente il dna marino e ospedaliero, con tintura di iodio e garza. P. più diretto rispetto a un naso vago e poetico. Di nuovo cedro e limone, emerge qui una solida dolcezza di base con miele, vaniglia del Madagascar e frutta caramellata. Una suggestione lega questa parte alla torba, cioè la torta paradiso affumicata. In particolare, una torba organica, di pelle conciata e scamorza fumè, ma anche fuligginosa. Salamoia di olive, perché nonostante la dolcezza fruttata siamo sempre e comunque al mare. F. torba vegetale e un filo allappante, caramelle zucchero e limone, curry verde e uva bianca.
Spettacolare l’equilibrio millimetrico fra dolce e salato in un whisky assai moderno che fa centro al primo colpo. Non riusciamo a decifrare quale delle tre distillerie della costa meridionale di Islay sia, ma quei tratti medicinali (che sorprendentemente riescono pure ad essere eleganti) ci fanno propendere per una che inizia con L. Ad ogni modo, un bel 90/100, senza esagerare.

Islay n.27 28 yo (1992/2021, Whisky Sponge, 52,5%)

Due refill ex bourbon contribuiscono a queste 518 bottiglie. In etichetta Bessie Williamson, storica guida di Laphroaig. Abbiamo detto tutto, il colore è oro. N. hello, c’è nessuno? Molto timido e debole, non ce lo aspettavamo. Serve tempo. Pian piano emergono note di coquillage, alghe, limone. Eppure più del dna marino spicca il lato balsamico, con resina, pino silvestre e perfino pinoli! La torba è profonda, sui toni del classico falò sulla spiaggia e in un senso di menta bruciata. C’è qualcosa di oleoso, pellame. Vaniglia, frutta poca, forse un po’ di banana. P. prendete una crostata di frutta tropicale (banana, ananas), poi svuotateci sopra un portacenere. Poi un altro. Poi le braci del barbecue. Infine spegnetele versandoci del succo ACE. Riassumendo, frutta e carbone. C’è poi una dolcezza primordiale di cereale che attraversa orizzontalmente le altre note secondarie: quei biscotti salati e imburrati con cui si accompagnano i formaggi, ma anche toffee a nastro. Cocco salato. F. lungo e avvolgente, cioccolato al latte Lindor, frutti di mare affumicati (ah, le cozze di Kintyre…), zenzero. Bruciato.
Un bell’animale, niente da dire. Soprattutto il finale ha qualcosa di miracoloso, è come se riattizzasse la goduria che si stava smorzando. Quel che ci trattiene dal dargli voti astronomici è una generale discrezione/timidezza che mal si concilia con l’anima stessa di Islay. Grande complessità, sarebbe servito un pizzico di esuberanza in più: 89/100.

Jack’s pirate #097 (2016, Jack Wieber, 51,5%)

Jack Wieber, imbottigliatore pazzo che tutti noi adoriamo, da anni imbottiglia single malt di Islay senza dichiarare la distilleria con il marchio “Jack’s pirate”. Abbiamo avuto modo di assaggiare la Part XI, oggi tocca alla X (edizione della Sassonia). 194 bottiglie, sherry finish. Il colore è rosso. N. tutte note omogenee che vanno in direzione di una zuppiera di salsa barbecue o ketchup: zolfo, aceto balsamico, sugo di arrosto. E una dolcezza sottostante di zucchero caramellato. C’è poi la torba, che è incentrata sulle erbe aromatiche bruciacchiate (rosmarino). Porchetta alle erbe. Emerge poi un lato più freak, sporchino: stivali di cuoio, frutta secca e ottone. Per l’eleganza citofonare altrove. P. allarme diabete, l’attacco è dolcissimo: melassa, sciroppo d’acero. Che botta. Eppure appena più in là ecco una splendida nota di distillato, impreziosita da un tocco di mare e sale. Un lampo, perché poi la dolcezza torna a dominare, stavolta più sul versante pasticceria: babà appiccicoso, crema all’uovo, datteri. Masticabile e oleoso, liquirizia Haribo e una marmellata di frutti neri con un po’ di arancia andata. Una riduzione di sherry liquoroso, insomma. F. sciroppo, costine glassate e carbone.
Siamo di fronte a un dilemma. Non possiamo dire che non sia grassamente buono, ma siamo francamente un po’ nauseati dall’eccezionale dolcezza stucchevole che tutto permea. Sembra quasi che qualcuno abbia aggiunto della melassa, e l’effetto non è piacevolissimo. A uno di noi è piaciuto di più, a uno molto molto meno. La media fa un 82/100 che suona da monito: non apprezziamo spremute di saccarosio nel nostro dram.

Sottofondo musicale consigliato: Simply Three – Wake me up, cover del brano di Avicii.

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