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Portateci dei Port Ellen

Su questo portale spesso portiamo testimonianza di whisky portentosi. Port Ellen è di sicuro un marchio portante nel portfolio dei miti di Islay, un vero portabandiera del lusso. Pertanto abbiamo aperto il portafogli e ci siamo portati a casa un set di samples di portata epica. Armatevi di portolano per orientarvi, si salpa su una portaerei di recensioni facendo rotta verso il porto del benessere. Noi, come sempre, saremo solo umili portavoce.

Port Ellen 1969 ‘Celtic label’ (1969/1985, Gordon & MacPhail per Meregalli, 40%)

Glorioso imbottigliamento dove la Scozia incrocia la Brianza, ovvero a casa Meregalli, importatore storico di Gordon & MacPhail. Aprimmo questa meraviglia qualche tempo fa durante un Tasting Facile. Sì, siamo dei romantici. Sì, lo rifaremmo. C. oro zecchino. N. parbleu, che naso fantasticamente sporco. La prima suggestione è di formaggio francese e frutta, votiamo per camembert e uva. Accanto, la sua bella marmellatina e un cubetto di cotognata. La torba è organica, smussata e animale. Parte sul versante marino, ma rimane un passo indietro. Su tutto aleggia un senso quasi lattoso e multiforme, a suo modo dolce. Formaggio sì, ma anche le capesante, con quella loro burrosità. Un naso da gourmand, perché fa capolino anche del pesce spada affumicato. Il fumo, certo, quasi lo scordavamo: ricorda quasi un mezcal erbaceo. Frutta pochina, al massimo del succo di albicocca. L’old bottle effect è grandioso, sembra di avere davanti al naso un cartoccio di carta oleata. P. stupefacente la dolcezza, davvero inaspettata: composta di frutta cotta zuccherata (mela, pesca, prugna). Poi però si parte per terreni di mistero e goduria superiori. Iniziamo dalla cerosità minerale, tra la candela e la lanterna ad olio appesa fuori da un pub sul porto. Il lato marino è molto meno tempestoso rispetto ad altri PE, c’è solo una punta di sale in un palato cremoso e avvolgente, davvero masticabile. Prendeteci per pazzi ossessionati (lo siamo, abbiamo un certificato medico che lo dimostra!) ma avvertiamo anche un pizzico di tropicalità, come di panna cotta al mango. Olio di semi di lino, carta vecchia. Che spettacolo. F. e tutto d’un tratto ecco un concentrato di frutta, sale, cera e burro rancido. Con un filo di fumo a legare tutto.
Ci siamo dovuti forzare e imporci uno stop, perché saremmo potuti andare avanti 200 righe a trovare suggestioni nuove. E’ la forza di questi whisky gloriosi, dove a uno stile intimamente espressionista si somma l’effetto mirabile del tempo trascorso in bottiglia. Sfaccettato e abbastanza eterodosso, con quella sua morbidezza. Sontuoso nonostante i 40%, ma sfiora solo il tetto dell’empireo: 91/100.

Port Ellen 23 yo ‘Best casks of Scotland’ (1983/2006, Jean Boyer, 46%)

Jean Boyer è una realtà storica prestigiosa, che a metà degli anni ’60 divenne il primo imbottigliatore indipendente di Francia. Nella serie “Best casks of Scotland” c’è anche questo Port Ellen 23 anni invecchiato in un re-filled sherry cask e diluito a 46%, così da ottenere 700 bottiglie. C. vino bianco. N. subito kiwi, netto. Poi mela Granny e pera acerba, un naso verde e croccante, fresco anche se non ha nulla di balsamico e soprattutto di marino, il che è abbastanza sorprendente per PE. C’è una sensazione di lieviti, o meglio ancora il flor dello sherry che invecchia nelle bodegas di Jerez. La nota di lievito lo fa sembrare più giovane. Molto esuberante e relativamente poco complesso, anche se col tempo un’ombra più sporchina fa capolino: rete di peschereccio, un tocco di olio del motore e grafite. In crescita il tocco minerale, ma quell’aroma di flor rimane sovrano. P. più convincente che al naso, molto intenso ed affilato. Un corpo oleoso viene esaltato dalla gradazione perfetta. Una dolcezza delicata e mai volgare avvolge il palato: caramella al limone, cera d’api fusa. Una torba minerale più percepibile, ma quel che colpisce è la setosità del sorso. F. frizzante, lungo e salato. Torbetta minerale e lime persiano affumicato.
Impossibile dire che non è buono, perché lo è. E per di più è anche ad un grado perfetto che invita alla beva. Epperò l’assenza dell’anima più costiera e la generale sensazione di relativa gioventù non ci farebbe riconoscere il Port Ellen. E non ci fa gridare al miracolo. 87/100.

Port Ellen 23 yo (1983/2006, Douglas of Drumlanrig, 51.8%)

Praticamente il gemello più muscoloso del precedente. Anche questo distillato nel 1983 e imbottigliato 23 anni dopo, ma stavolta a grado pieno. Vediamo se riconosciamo i tratti come si fa con i gemelli eterozigoti. C. vino bianco. N. l’alcol sparacchia un po’, poi ecco il consueto profilo tagliente e splendidamente magro: lime e sale, in qualcosa ricorda il Margarita. Compare una sensazione curiosa che gli inglesi definirebbero “pickles”: acqua delle ostriche, cetrioli sottaceto con aneto e cipolline sottaceto. Intrigante. C’è la torba, non il fumo. Una screziatura di alghe bruciate. La frutta è tutta fra melone bianco e cocomero. Fa capolino una nota di gomma da cancellare. P. grande intensità, ancor più grande rigore. Coerente con il naso, è essenziale come una chiesa romanica, rifugge gli eccessi. Agrumi (lime e pompelmo giallo), sale e un guizzo marino. Non eccessivo, ma comunque più evidente rispetto al gemello di Jean Boyer. Si distinguono due emisferi sensoriali: uno fatto da confetto alla mandorla, crosta di zucchero e mela verde; l’altro da torba bruciata. Anche qui sembra più giovane della carta d’identità. In generale, ti lascia giocare e poi all’improvviso arriva e getta la maschera. F. lungo, falò in spiaggia, pasta di pane acida e crosta di sale.
Ecco un Port Ellen senza compromessi, molto pungente e incredibilmente centrato sul distillato. La botte in effetti sembra aver dato davvero poco, ed è questo il motivo per cui non si avvertono “pasticci”. Un punto in più per il perfetto punto di caduta fra acidità e corpo. 89/100.

Port Ellen 24 yo (1983/2008, Norse cask selection, 52.5%)

Bottiglia curiosa, quadrata, che ricorda quelle di Claxton’s in miniatura. Invece fa parte della Norse cask selection, una serie dell’imbottigliatore danese whiskyowner.com, di cui si sono perse le tracce. Il liquido è stato distillato nell’ultimo anno di produzione di Port Ellen e messo a riposare in un hogshead: sono state rilasciate 298 bottiglie da 200ml. C. oro. N. siamo su livelli di complessità ultraterreni. L’attacco è farmy e sporchino, ricorda il G&M Celtic Label. Cordame di peschereccio, olio di oliva e olio esausto. E’ decisamente unto, il che porta con sé note di frutta secca (mandorla) e grasso rancido di prosciutto. Difficile, ritroso, attraente. Poco fruttato, assai minerale, per certi versi guizzante, con accenti di mostarda, pesca andata a male e uva da passito, di quelle attaccate dalla Botrytis cinerea. Decadente, un naso che affatica un poco. Erbe di montagna, in fondo. P. l’asticella non si abbassa, tutto resta complicato. Il mouthfeel è vellutato e oleoso, ma le note sono confliggenti e profonde: fondi di caffè mescolati a succo pastoso di mela, pesca e sale. Vogliamo esimerci dal citare la tropicalità del mango anche qui? E anche quel tocco di latte? Non ci esimiamo. La torba è veramente lontana, forse frutti di mare alla brace, ma due o tre bungalow più in là. Quel che incanta è la golosità avvolgente data dal tempo, davvero splendida. F. lungo, grasso e dolce. Una frutta totale, trasformata e sudata, evoluta in una nota cerosa che è un puro noumeno.
Siamo sicuri che se lo ribevessimo (oh, se volete mandarcene altro ci sacrifichiamo eh) troveremmo mille altre cose. Un Port Ellen labirintico dove la torba se ne sta in disparte e lascia spazio a una tauromachia di note dirty e frutta fantastica, combattuta su un terreno umido e oleoso. Naso più freak, palato da urlo, siamo ancora sul 91/100.

Port Ellen 40 yo (1979/2019, Gordon & MacPhail, 54.7%)

Chiudiamo con un prodottino così, di largo consumo e popolare: un 40 anni della Private collection G&M che in rete si trova a meno di cinquemila euro, roba da prenderne un cartone con il resto dei soldi della pizzata. Trattasi di refill sherry puncheon #7236, 407 bottiglie l’outturn. C. oro carico. N. subito un discreto shock, perché dopo 4 decenni non ci aspettavamo un impatto così bruciato. Asfalto, cuoio marchiato e ancora fumante. Che botta. Poi si alza il sipario su uno spettacolo più confuso, ricchissimo di suggestioni: c’è della dolcezza avviluppata, di favo colante; c’è un lato aromatico di poutpourri, erica, polline e mela gialla essiccata; c’è quel lato umami e grasso di frutta secca e jamon serrano che ricorre in quasi tutti i PE di oggi; c’è infine una dimensione fresca, ma curiosamente per nulla marina. Piuttosto è pompelmo e un accenno delicato di canfora. P. molto teso, incredibile per un whisky così venerando. Piuttosto alcolico e intenso, un concentrato di agrumi (pompelmo amaro e limone) apre il palato. Fra tutti, è quello che più sembra dominato dalle spezie amarine e piccanti del legno, con zenzero e tabacco di sigaro a iosa. La florealità e una cera avvolgente restano a fare da contorno. Di nuovo il sigaro, stavolta bruciato, è quel che resta della torba. Nocciola salata. F. torna il miele, ma con tanto sale. Grasso di prosciutto, sassi, inchiostro. Saporito, patatine alla paprika e alla cenere.
Il più complicato da giudicare, perché forse il meno compatto. Eccellente il naso multiforme, un po’ meno quelle spezie legnose spinte sull’amaro; grandioso l’effetto di cera e mineralità abbinate alla dolcezza e la fresca vivacità (soprattutto all’olfatto), un po’ meno la carenza di quel dna marittimo così caratteristico di PE. A tratti sembrava quasi un Highland Park. Nel complesso, però, roba da vendere un rene volentieri per averlo: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Portished – Glory box

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