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Bottique-y da orbi: rum bum bum

Benda nera sull’occhio, uncino in mano, giochiamo a fare i pirati con il solo obiettivo di fare il bagno in mari di rum caraibico. Ogni tanto capita che qualcuno ci inviti a una degustazione di rum, illudendosi che ne sappiamo qualcosa. Siccome rifiutare sarebbe un grave gesto di maleducazione, continuiamo a fingere di saperne qualcosa e partecipiamo volentieri a ogni tasting, spingendoci perfino a scrivere commenti più o meno banali in chat. Il fatto è che ogni volta succede la stessa cosa: partiamo timidi, sentendoci un po’ pesci fuor di barile e non del tutto consapevoli dei labirinti segreti del distillato di canna. Però bastano due snasate e ci si aprono mondi fantasmagorici ed affascinanti, note a cui non siamo abituati e suggestioni che proprio non possiamo tenerci dentro. E dunque ci facciamo coraggio e ci tuffiamo nelle nostre sensazioni. È successo così anche stavolta, con la degustazione di 4 rum di Boutique-y che abbiamo avuto la fortuna di assaggiare a metà pomeriggio, ché l’idratazione è importante, non dimentichiamolo. That Boutique-y (whisky o rum) company è un imbottigliatore indipendente assai considerato, le cui selezioni sono caratterizzate da bottiglie da 50 cl ed etichette geniali e fumettose che le rendono anche oggetti da collezione. La (lunga!, sembrava un dibattito parlamentare) discussione scatenatasi durante la presentazione e l’assaggio, è stata l’occasione per ragionare un po’ su quanto il mondo del rum stia cambiando: le informazioni tecniche infatti sono sempre più riportate in etichetta, ma questo sta portando a un “nerdismo” spinto, con lo sviluppo di grandi ossessioni. Chi vuole sapere nello specifico il marque, chi fa crociate contro l’invecchiamento continentale, chi – come un distillatore di Taiwan – mette in etichetta pure quanti cugini primi ha il master distiller: insomma, il rischio è una “infodemia” del rum, giusto per rimanere in tema Covid, che lo avevamo scordato da qualche minuto.
Ma la chiudiamo qui, che non vogliamo cadere nel tremendo errore della prolissità. Abbiamo bevuto quattro rum, eccoli.

Signature blend #2 (2020, That boutique-y rum company, 42%)
Si parte dalla sezione “Get started”, che poi indica l’entry level e dunque si entra per forza da qui. Blend di rum giamaicano bianco, Worthy Park (non dichiarato) di tre anni e rum della Guyana (enmore e Port Mourant). Insomma, un rum “duale”, che unisce due provenienze. La definizione è “elegant-dry fruits”. N. bello pieno e piacevole, con ananas ed esteri. Richiama subito il daiquiri. Un tocco di banana flambé e zenzero fresco. P. intenso, con bordate di chinotto! Si fa meno dolce e più erbaceo, con ananas, lime e cedrata (è rum che ci ricorda l’agilità di beva delle bibite gassate, evidentemente). Spezie, chili. F. non lunghissimo, frutta e agrumi, ancora chili. Piacevole e sorprendente, gli esteri del giamaicano si sentono ma non guastano l’equilibrio. Bello intenso per essere un blend da daiquiri: 85/100.

Diamond Savalle 12 yo batch #1 (2020, That boutique-y rum company, 57,8%)
Rum tradizionale dal column still francese Savalle della Diamond distillery. Essendo in Guyana, fa parte della sezione ‘Familiar’, dedicata da TWRC ai rum provenienti dagli storici Paesi caraibici produttori. Il marque è ICBU, è distillato nel 2007 e trasferito in Gran Bretagna nel 2011. Il colore è molto pallido. N. molto delicato, dolcezza fine di vaniglia, cioccolato bianco e zucchero a velo. Anche un che di cassata. Rimane fresco, con limone in crescendo. Forse l’alcol copre un filo. P. pulitissimo, con limone e tanto cedro, seguiti da un senso di legno (spezie in polvere, zenzero). Alcol integrato alla perfezione, tocco vegetale. Con acqua si fa più deciso, spunta un che di metallo che lo rende più complesso. F. bucce di cedro e limone sulla stufa, erbaceo. Con acqua un po’ più sporchino e intrigante. Grande pulizia di sapori, forse addirittura troppa al naso. Diluito acquista in profondità. 86/100.

Secret Jamaica n.3 batch #2 (2004/2020, That boutique-y rum company, 55,5%)
Giamaica, quindi ancora tra i ‘Familiar’, però stavolta nella sottocategoria “Go forther”, per palati un po’ più esigenti. Marque SFJE, distillato nel 2004 e invecchiato completamente in Europa. La distilleria è Money Musk, ma non lo possono scrivere. Noi però sì. N. che meraviglia, quanto cocco. E poi banana e papaya essiccata, con un tocco cremoso e marzapane. Sotto, si agita una materia prima eccellente, vegetale, che è succo di canna ma è fresca come aloe. Diluito, emergono gli esteri e del lemongrass. P. grande bilanciamento tra la dolcezza della frutta (mango, ananas, ma anche pesca e latte) e le spezie del legno: noce moscata e pepe. Biscotto al cocco. La texture è splendida. F. limes, ananas, zenzero in polvere. Godurioso, accarezza con la delicatezza di un single malt. La dolcezza è evoluta e non sparata, l’invecchiamento continentale limita gli eccessi del barile. 88/100.

Caroni 23 yo batch 5 exclusive for Beija Flor (1997/2020, That boutique-y rum company, 63,1%)
Si chiude con l’asso di bastoni, un Caroni (HTR marque) che riposa felicemente in Inghilterra dal 2008. Il colore è rame scuro. N. tabacco, carne essiccata e legno lucidato. Con il tempo una nota acetica di ketchup a testimoniare l’anima freak, ma non le consuete zaffate di idrocarburi. Anche molta frutta: papaya, arancia rossa, albicocca extra matura e frutta secca tostata. P. molto caldo, con cacao amaro e liquore all’arancia. Stessa identica frutta rispetto al naso, con in più datteri e pesca. Mai dolciastro e soprattutto sorprendentemente bevibile. Ancora tabacco, ricchezza vera. Con acqua si fa più legnoso, ma piacevole. E spunta della menta. F. cioccolato, legno, pompelmo rosa e liquirizia. E l’onnipresente tabacco. Un Caroni unico, meno “sporco” del solito. Ne guadagna la piacevolezza, anche grazie a un ottimo equilibrio. 91/100.

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