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Il gioco delle coppie: Johnnie Walker ‘Double black’ (2020, OB, 40%) vs Johnnie Walker 15 YO ‘Green label’ (2020, OB, 43%)

Con sommo terrore ci siamo accorti che nella nostra collezione di recensioni ci sono imperdonabili lacune e come buon proposito post-pandemia abbiamo deciso di fare dei corsi di recupero. CEPU: corsi edonistici per ubriaconi. Siccome bisogna partire sempre dalle basi, il programma prevede si inizi con uno dei brand più diffusi al mondo, che l’anno scorso ha compiuto due secoli di vita: Johnnie Walker. Posto che il Black label e il Blue label li abbiamo già sistemati e che il Red Label ce lo teniamo per quando ci sentiremo pronti ad affrontare un mostro sacro, ci dedichiamo ad altri colori…

Johnnie Walker ‘Double black’ (2020, OB, 40%)

La versione NAS più torbata e corposa del Black label, con una maggior quota di whisky “della costa occidentale” (toh, Islay è proprio lì…) e un invecchiamento in botti tostate. Il colore è un oro dai riflessi ramati, ma tanto è colorato artificialmente, potrebbe pure essere viola, non fa testo. N: il primo naso non entusiasma, con un attacco saponoso, poi pian piano si normalizza. La torba non è ingombrante come ci si aspetterebbe, piuttosto c’è un senso di smog piuttosto spesso e organico, qualunque cosa significhi. Arancia amara e buccia di arancia affumicata, un cicinin di mineralità. Proprio la dimensione del fumo si fa più evidente. P: muscolare ma non aggraziato, parte con una dolcezza di caramello e caramella coperta da una spolverata di cenere. Liquore all’arancia, ma sul versante più secco (bitter curaçao più del Cointreau). Pompelmo. Anche qui più fumoso che torbato: carbone che brucia, combustione industriale. Il corpo è da single malt, la ruvidezza da grain. F: al netto del sapone che ritorna, e non è bello, chiude su caramello bruciato, succo di pesca e chicco di caffè tostato.
Non è un disastro, per essere un’evoluzione dettata dal marketing poteva andare peggio. Dalla sua ha una bella struttura; da rivedere invece il generale senso di artificiale che lo accompagna. 78/100.

Johnnie Walker 15 yo ‘Green label’ (2020, OB, 43%)

Altro colore, altro genere. Si passa a un blended malt (27 diversi) di età minima dichiarata di 15 anni. Il colore del liquido, invece, non ci interessa. N: molto curioso, il primo naso non è facile, ha qualcosa di umido, tra il sudore e la corda bagnata. Non fraintendeteci, non fa per nulla schifo, ma ha screziature di torba terrosa e sporchina. Un’immagine ci colpisce forte dietro la testa come un coppino ben assestato: un tappeto umido di pioggia che si asciuga davanti a un camino. C’è poi una dimensione più erbacea di rosmarino bruciato e bacche di ginepro affumicate. Sotto, un solido corpo di frutta gialla (prugne acerbe) e cedro. Legno di cedro, anche, e un che di lavanda. P: succo di mela con cenere, definitivo. L’attacco in effetti è proprio succoso e dolce a tutto tondo, ancora con prugna gialla. Poi decolla la parte più bruciata di fumo industriale, raggiunta dal tratto verde (no, non nel senso di etichetta, ma di erbaceo). Rimane però piuttosto morbido, forse un filo troppo. F: caramella alla pera con un vago senso lontano di fumo.
Un whisky che sta fieramente nella terra di mezzo fra la complessità del single malt e l’agilità di beva del blended, fra le sfumature del torbato e la gentilezza dello Speysider. Non ha difetti marchiani, ma la tiepidezza del carattere un po’ lo penalizza. 84/100. Entrambi i JW sono in vendita online, tra gli altri, qui.

Sottofondo musicale consigliato: Five young cannibals – Johnny come home

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