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Nomad outland whisky (41,3%)

Nel mondo del whisky – per citare Amici miei – le zingarate sono ormai all’ordine del giorno. Lieviti cresciuti sul retro di casa, cacca secca di pecora bruciata al posto della torba, affinamenti in barili usati per le aringhe sotto sale (tutto vero eh): insomma non c’è limite alla fantasia e nemmeno al peggio. Però se una sperimentazione può davvero essere definita una zingarata è questo Nomad, “il whisky delle terre esterne”. L’idea è venuta a Richard Paterson, il deus ex machina di Dalmore, l’uomo il cui ego rivaleggia solo con la perfezione dei suoi baffi e delle sue pochette. D’accordo con il maestro di cantina di Gonzalez Byass, Riccardino si è inventato un blended di circa trenta fra malti e grain dello Speyside e delle Highlands. Liquido di 5/8 anni invecchiato per almeno tre anni in botti di sherry e poi… spedito in Andalusia per un finish conclusivo di 12 mesi in barili ex PX, nelle cantine di Jerez de la Frontera. Va da sé che non si possa chiamare Scotch whisky, ma pare che le condizioni di questa ultima maturazione siano così particolari da garantire comunque che il gioco valga la candela. Si trova anche al supermercato ed è giunto il tempo di lasciare da parte i pregiudizi per vedere com’è. Il colore è ambrato.

N: subito una bella sventagliata di frutta cotta e molto matura (pesche, mele, prugne con un po’ di cannella spolverata sopra). C’è anche una sensazione netta di té freddo alla pesca, caramello. L’effetto è dolciastro, ma senza essere troppo appiccicoso. Uvetta a nastro – ecco il PX -, poi un tocco vegetale che sta a metà tra il fogliame del sottobosco autunnale e qualcosa di più fresco: la classica epifania sensoriale sopraggiunge improvvisa ed assume le fattezze del kiwi maturo. Un filo di frutta secca, piacevole.

P: dolcissimo e qui sì molto sticky. Quasi spiazzante nella sua zuccherinità spinta: arancia glassata, liquore all’arancia di quelli che se lasci una goccia ti si cristallizza il tappo. Forse un po’ di sciroppo di tamarindo e caramello. Una bomba di glucosio totalizzante in ogni sua forma. Si intuisce un filo di cacao, forse un altro po’ di frutta cotta come l’uvetta, ma ogni suggestione finisce nello zucchero. Marron glacé e babà, ma forse – nuova epifania, sembriamo i re magi – sono cuneesi al rum.

F: di nuovo dolce a livelli di guardia, panettone imbevuto nello zucchero liquido con due canditi di arancia sopra.

Decisamente non un whisky per diabetici (prima che qualcuno ci denunci, sappiamo che nessun whisky è consigliato ai diabetici…). Se al naso non si presentava malissimo e la dolcezza, seppure evidente, era piuttosto bilanciata, al palato sbraca totalmente. E ogni tentativo di individuare qualche nota supplementare naufraga travolta da onde di zucchero colante. Francamente è difficile anche solo giudicarlo. Non ha difetti marchiani, ma è semplicemente e banalmente troppo, troppo dolce. 77/100. Tra i vari siti dove lo potete trovare, anche qui.

Sottofondo musicale consigliato: I Nomadi – La deriva

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