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Valinch & Mallet #1: Longmorn 12 yo sherry cask, Ledaig 25 yo, Ledaig 10 yo, Foursquare 13 yo “The spirit of art”

valinch-and-mallet-review

La nuova collezione di Valinch & Mallet, i Dolce & Gabbana del whisky italiano (no dai, meglio gli Harmont & Blaine…) ha letteralmente fatto impazzire il mondo degli appassionati. Un po’ perché siamo tutti orfani dei festival e delle novità, un po’ perché il “repackaging” era molto atteso, un po’ perché la qualità media è sempre mostruosamente alta. Insomma, per mille motivi la discesa in campo dei nuovi imbottigliamenti è stata salutata con boati di entusiasmo come nemmeno l’arrivo di Mario Draghi.
Noi, che come sapete alle consultazioni dell’alcolismo non possiamo mancare, abbiamo anteposto l’interesse del Paese ai nostri problemi epatici e li abbiamo assaggiati in batteria solo per voi, amati lettori. Iniziamo i nostri puntuali reportage dalla Whisky@Home #11, presentata da Whiskyitaly e nonsolowhisky a fine gennaio. Domani sarà il turno della serata Online whisky show del Milano Whisky Festival, tenutasi l’8 febbraio.

Longmorn 12 yo sherry cask (2008/2020, Valinch & Mallet, 52,8%)

Dal cask 1034 sono state ricavate 258 bottiglie. Ha passato due anni e tre mesi in un barile di Sherry Faraon della bottega La Gitana, stesse botti del Dufftown che già abbiamo avuto modo di apprezzare: non troppo scuro, un Oloroso un pochino più secco, molto vecchio (è una botte di solera), con note caratteristiche di frutta secca e la buccia di arancia, almeno così ci dicono. Il colore è un oro rosso.
N: aceto di riso, aceto di mele, insomma un lato acetico inizialmente forte. Note muschiate, dice Fabio, e noi non gli possiamo dare torto: terra umida. Poi mele rosse in tutte le forme, molto fragranti e sorprendentemente fresche. Ancora non abbiamo capito tutto, ci sfugge qualcosa. Si va su arancia candita e scorza d’arancia al cioccolato. Tempo, ci vuole tempo, pazienza e ossigenazione. Emergono delle note floreali, fiori di pesca, e un filo di burro fresco salato. Piccola frutta rossa, ribes e mirtilli. Resta strano, con un sentore di terra e di aceto che vira verso il balsamico. Qualcuno nella degustazione parla di Pata Negra: perchè no? P: andiamo molto meglio, e certo su territori più battuti. Ha un attacco in bocca molto caldo e deciso, e una nota di sherry veramente distintiva, ancora fetta di arancia, con una freschezza di eucalipto e di liquirizia. Poi si sviluppa in una sfumatura giallorossa di spezie più convincente che in politica (curry e curcuma) e poi su mandorle salate e mandorle glassate. Croissant alle mandorle e miele. Una bella evoluzione, d’altri tempi. F: restano molto a lungo le note muschiose, qui davvero di funghi, pepe rosa e curry. Al naso ci ha lasciato qualche punto di domanda, ci vuole tempo per capirlo. Il palato è del tutto vincente, recupera punti in uno sviluppo profondo e complesso, con la botte di Faraon che parla benissimo con il distillato di carattere di Longmorn: 85/100.

Ledaig 25 YO (1995/2020, Valinch & Mallet, 50,7%)

Ci spiegano che questo whisky è chiamato Ledaig ma in senso stretto è Tobermory. Sia perché Tobermory è l’attuale nome della distilleria, sia nel senso che Tobermory è chiamata oggi la versione non torbata del prodotto (e qui siamo, in teoria, davanti a un whisky non torbato), mentre Ledaig è la versione torbata. Ma non è sempre stato così. La distilleria ha avuto un passato burrascoso, nel senso che è spesso passata di mano, e a seconda dei diversi proprietari ha preso nome Ledaig o Tobermory per i suoi rilasci, come chi si chiama Alessandro, per alcuni Ale e per alcuni Sandro. Nel 1995 ci sono stati anche batch non torbati passati sotto il nome Ledaig e questo barile è uno di questi: sui documenti c’era scritto Ledaig, pertanto Fabio e Davide hanno usato il nome originale. Invecchiato tutto il tempo in bourbon hogshead, molto probabilmente first fill. Colore: vino bianco. N: naso sulle prime affilato, con aria di mare, salsedine, salamoia e un filo di dolcezza astratta e zuccherina. C’è poi una bella nota di miele acido e pasta sfoglia. Un visionario si lascia scappare: “Seadas con miele”. Davide Romano aggiunge: “Sì, ma miele di corbezzolo”. E tutti i pezzi del puzzle vanno a posto. Ancora mela verde e pesca bianca. Forse anche una parte di buccia di mandorla e di polvere di caffè (come dite? del Venezuela? e come facciamo noi a saperlo che siamo paesanotti di provincia?). Fabio lo definisce “un filo disunito”, perché è un prodotto appena messo in bottiglia dopo venticinque anni di pace in botte. Certamente ha ragione, il naso col tempo non può che migliorare: ma da subito è comunque gradevole. P: bello complesso, solido e oleoso, con una marinità spiccata e una bella freschezza nonostante l’età. Macedonia di frutta mangiata in riva al mare da bambini, con spruzzi di spuma di mare, anche se noi abbiamo sempre perferito la focaccia eh. Eucaliptoli, dice Fabio, ma nel tecnico non si perde la magia, perché c’è un lato verde e fresco molto piacevole. Olive verdi in salamoia. Fuor di metafora siamo davanti a un palato profondo, teso, acido e salato. Tornano le pesche bianche e anche le mandorle. F: liquirizia. Una punta di pepe verde e un filo di fumo, che tradisce la confusione tra Ledaig e Tobermory di cui sopra, durano abbastanza a lungo per lasciarci soddisfatti, e richiedere un secondo (terzo, quarto, quinto) sorso… Voto: 88/100, la media tra un 86 al naso e un 90 al palato. La matematica è un’opinione come le altre.

Ledaig 10 yo Extra old sherry cask “The spirit of art” (2010/2020, 53,7%)

Questo invece è un Ledaig in tutto e per tutto, ovvero torbato. Il barile è una Bota Punta ex sherry, ovvero uno dei barili esterni della solera (la fila di botti al suolo nel metodo solera, appunto), che mantengono sempre un carattere un po’ diverso rispetto agli altri per via della maggior aerazione e del diverso “trattamento” da parte dell’almacenista. Infatti a volte le Botas de Punta non vengono riempite con il liquido della criadera (fila) superiore. Ma qui si va sul tecnico. Meglio rimanere nell’emozionale e goderci questo 10 anni, che in etichetta ha un’opera astratta di Giuliano Sale che a noi ricorda tanto Francis Bacon, ma meno disturbato mentalmente. Il colore è un mogano rossastro. N: da manicomio! Si parte su note appiccicose di sticky toffee pudding, alchermes e rum. Anche qualcosa di acetico, di vino, che ci ricorda l’attacco al naso del Longmorn di prima (le botti “vere” parlano la stessa lingua). Si procede poi in territori scuri, tra tabacco e cola, sigaro e foglie bagnate. Si giunge in un antro umami e dolce insieme, tipo la selvaggina servita con marmellata di ribes di accompagnamento. Un abisso di sensazioni che quasi ci fa scordare la torba, che è centrata sul falò spento. Cangiante e meraviglioso, balenano suggestioni “off” interessanti: ruggine, un filo di salmastro, resina di pino crescente e una sensazione lunga di cantina chiusa e sporca, di sottopassaggio umido. P: il caleidoscopio di sentori diventa estremo. L’astringenza dello sherry è ai massimi, con una nota vinosa acida davvero impattante. Liquirizia pura al suo livello più alto. Anche la torba aggiunge violenza, con erbe amare bruciate e radicchio grigliato. C’è dell’agrume scuro, tra arancia amara e chinotto, e parecchia noce. Cenere e amaro di montagna. L’aggiunta di acqua un po’ stempera le asperità, fa uscire una strana dolcezza mista a cenere e a buccia d’arancia carbonizzata. F: rimane esagerato, tra caffè etiope acido, legno tannico e una torba acre e bruciata. Ribaltiamo il giudizio del Ledaig precedente: qui a un olfatto di rara complessità e unicità (roba da 92/100) fa seguito un palato davvero impegnativo e astringente, dove il barile alza il volume a palla, forse oltre il consentito. E alcuni possono anche sentire l’esigenza di tapparsi le orecchie. 87/100.

Foursquare 13 yo “The spirit of art” (2007/2020, 58,3%)

Ben nove anni di invecchiamento tropicale a divertirsi e a ballare Calipso, poi gli ultimi quattro in Scozia a riflettere sulla melanconia insita nell’esistenza: è un single cask di single blended rum di Barbados (e quindi stessa distilleria, stessa botte, distillato che proviene sia da colonna sia da pot still). Mostra i muscoli con una gradazione importante e un bel color ramato. N: interessante, giocato tra note acide e una bella dolcezza piena, non gridata ma profonda, con mele cotte, miele denso e banana. Si apre dopo qualche minuto nel bicchiere, con sentori di albicocca matura, spezie dolci (cannella, vaniglia in stecchetta), arancia e zucchero muscovado un po’ bruciato. Questa sensazione di prodotto da forno bruciacchiato ricorda anche le uvette e il pandolce genovese. P: l’attacco è piuttosto educato per la gradazione, e si apprezza una piacevole setosità in bocca nonostante i 58 gradi non si nascondano. Dal calore iniziale escono delle note un po’ più sporche, di frutta fermentata, dolci e quasi frizzanti. Sono gli esteri, bellezza. Caramella alla banana frizzante e tamarindo. Oppure è Coca Cola senza rum? Dilemma identitario. C’è anche una nota più legnosa e amara, tra il cioccolato extra fondente e il nocino. Il retrogusto è umido, scuro. L’aggiunta di acqua sprigiona della dolcezza di vaniglia e un incrementa le spezie del legno. F: resta a lungo in bocca, con gli esteri che giocano tra l’acido, il dolce e l’amaro sulle papille gustative. Tamarindo. Una bella esperienza, un distillato che ha più spessore dell’età che dichiara, anche se manca forse di quella personalità extra che lo farebbe distinguere dalla massa. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Colapesce, Dimartino – Musica Leggerissima.

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