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Valinch & Mallet #2: Macduff 14 yo; Caperdonich 20 yo “101st whisky”; Bruichladdich 19 yo “The spirit of art”; Caol Ila 11 yo; Long Pond pure single rum 15 yo

Proseguiamo nella nostra traversata del giardino delle delizie di Valinch & Mallet. Questa seconda puntata è il freddo e asettico resoconto della degustazione di lunedì 8 febbraio, organizzata dal Milano Whisky Festival alla presenza dei nostri due eroi, Fabio e Davide. I quali ci hanno sfidato – in quanto “immaginifici” – a sciorinare le nostre note. Consapevoli che comunque la fantasia di chi ha partecipato alla degustazione regalando perle in chat è ben più fervida della nostra, accettiamo la sfida. I convenevoli stanno a zero, c’è sete di recensioni.

Macduff 14 yo (2006/2020, Valinch & Mallet, 52.4%)

L’Oloroso hogshead #101721, in cui questo Macduff ha passato due anni e due mesi, ci ha regalato 341 bottiglie. Se fossimo in un ristorante stellato, questo sarebbe l’amuse-bouche. C: ambrato. N: lo sherry invecchiato con metodo ossidativo è subito sugli scudi, con note vinose e di mandorla da manuale. Si passa poi naturalmente in terreni più dolci, con pesche all’amaretto, uva passa (forse più gelato Malaga, c’è comunque una sensazione di cremosità sotterranea) e datteri. Molto cuoio, un accento sulfureo piacevole e un che di pastello temperato. P: ricco e pieno, come un caveau. Di nuovo molto vinoso, con lo sherry secco e il suo portato di cioccolato acidino, liquirizia e buccia di arancia amara, crescente. Ogni istante emerge qualcos’altro: prima del caramello salato, poi delle arachidi, ora del tabacco piccante. Palato profondo e umido. F: urca. Lungo e carichissimo, tra vinosità che non accenna a calare e caffè fresco. Molto legno. Un whisky che il pubblico definisce “antico”, che ben esemplifica il lavoro pazzesco che V&M stanno facendo con la gestione delle doppie maturazioni e dei legni. Non per tutti e non tendente al compromesso, è uno di quegli sherried fieri e intensissimi, molto sul versante “scuro” e vinoso dello spettro sensoriale. 86/100.

Caperdonich 20 yo “The 101st whisky” (2000/2020, Valinch & Mallet, 54.1%)

C’è fermento nell’agorà virtuale, perché questo Caperdonich è il secondo fiore agli occhielli di Fabio e Davide. Se il Clynelish 24 yo era il whisky numero 100, questo apre il secondo centinaio di imbottigliamenti. E cosa meglio di un barile da una distilleria chiusa (per altro, ci raccontano, acquistato durante le ferie, senza neppure assaggiarlo ma fidandosi dei loro cacciatori di botti)?. C: vino bianco. N: inizialmente schivo e difficile, come se si proteggesse dai nostri (orrendi) nasi con una coltre di acidità e cereale, perfino con una punta di iuta. Come dargli torto, i nostri nasi fanno orrore anche a noi! Serve pazienza e tenacia, occorre aprirgli una linea di credito senza mettergli pressione. E col tempo ecco emergere una vasca di goduriosa crema pasticcera, una torta Paradiso appena sfornata, anche torta alle pesche. Che pasticceria! Accanto, anche una dimensione aromatica di frutta gialla (ananas) e una variazione floreale, diremmo zagara. Eucalipto a rinfrescare, un pizzico di spezia quasi da rye a dare pepe. Dopo 10 minuti l’acidità si è quietata e la pulizia degli aromi impera placida. Attenzione all’acqua, però: la gradazione è equilibratissima, e non richiede troppa diliuzione: qualcosa si rischia di perdere. P: qui subito molto più coinvolgente, in una rapsodia di frutta: albicocca, ananas, pesca gialla. Rimane la cremosità del naso, da immaginifici immaginiamo panna cotta alla papaya. Compiutamente ricco e di gran corpo, oleoso eppure fresco (ancora l’eucalipto). I vent’anni in barile hanno il loro peso: mandorla e Amaretto, caramella Elah liquirizia e menta. Viene automatico chiudere gli occhi per assaporarlo e prolungare la goduria. Anche qui al palato delle note di fiori e spezia richiamano una “vita precedente” da whiskey americano. F: ananas, buccia di cedro e un’opulenza burrosa, con nocciole salate. La chiave è nell’attesa. La fretta qui sarebbe pessima consigliera, perché l’attacco al naso è un po’ spiazzante e acido, bourbonoso. Ma superata la timidezza ecco aprirsi un Bengodi di frutta matura e creme, con quel senso di sazietà che lasciano sul palato i whisky “di peso”. Warning: non eccedere con l’acqua. 88/100.

Bruichladdich 19 yo “The spirit of art” (2001/2020, Valinch & Mallet, 53.4%)

Botte unica, distillata da Jim McEwan nel 2001, alla riapertura dell’impianto dopo 7 anni di chiusura. Unica anche perché ha passato tutta la vita su Islay, cosa assai rara considerando la relativa scarsità di warehouse sull’isola. C: ambra scura. N: gli abissi dello sherry sono come vasi di Pandora, può uscirne di tutto. Qui si parte su note oscure di cantina che virano addirittura all’affumicato: gli immaginifici a rapporto snocciolano cuoio marchiato a fuoco, sella di cavallo (tra l’organico e l’umido), barca di legno intrisa d’acqua. C’è proprio la sensazione di umidità che avvolge le bottiglie del nonno (che tutti trovano nelle fantomatiche cantine… tutti tranne noi). E che non si dica che non siamo creativi! C’è qualcosa di ferroso, meravigliosamente polveroso e misterioso: notate la tripletta di aggettivi in -oso e senza neanche usare “petaloso”. Del pesce affumicato e del panettone, che incredibilmente stanno bene insieme. Troviamo, in mezzo a questa complessità un po’ sporca e d’altri tempi, della buccia di arancia rossa un po’ passata, e un ottimo liquore alle noci, non dolce. P: pienissimo, che quasi esplode di sapori. Subito ritorna il legno umido, con noci a profusione. Poi di nuovo una splendida oscurità fatta di liquirizia, cacao, ciliegie cotte e frutta nera (prugna e mirtillo). L’affumicatura si arrotonda e si fa più marcata: lasciamo ai posteri un Tabasco Chipotle e del tabacco, ma francamente abbiamo dimenticato di che tipo, perdonateci. Caffè tostato scuro. L’aggiunta di qualche goccia d’acqua fa emergere un lato vinoso: torna l’arancia e una bella dolcezza di more. F: austero, con noci aromatiche, legno, tanta ciliegia nera (pare quasi un gelato all’amarena, ma secco). Sapido. . Un whisky enormemente complesso, difficile, infinito. Un labirinto scuro di sentori profondi, dove barile e distillato si sfidano a colpi di intensità e incredibilmente nessuno dei due esce sconfitto. Bombastico: 90/100

Caol Ila 11 yo (2009/2020, Valinch & Mallet, 52.4%)

Grado alto ma non grado pieno, è stato un po’ diluito approfittando del fatto che “è impossibile rovinare un Caol Ila” (cit.). C: vino bianco. N: subito sentori di stireria, di amido, quel marchio minerale indelebile di tante distillerie costiere. Pesca bianca. Poi ecco spalancarsi il mare, con ostriche e limone, e un che di sapido, come di olive verdi. Barbour incerato. Balena poi una nota piuttosto inattesa, quasi floreale, di camomilla, che regala una sfumatura ulteriore e fresca. La dolcezza è di vaniglia e crema cotta, la torba elegante e non sparata, vegetale: tè verde affumicato. Non esiste? Ma noi siamo immaginifici, si sa. P: immediatamente bifronte, con due anime solo apparentemente contrarie. Da un lato una dolcezza deliziosa di biscotto shortbread e vaniglia; dall’altra una sapidità che ricorda un Martini cocktail, ma più “bagnato” che dry. Corpo bello oleoso, mouthfeel rotondo e beverinità pericolosa. La frutta è piuttosto basica, limone candito e pera a testimoniare la gioventù, poi prugna gialla. Una bella acidità ai lati della lingua, che tiene “in tensione” il palato. Sensazioni fresche di eucalipto e di nuovo un quid floreale, forse di lavanda. Dimenticavamo la torba, che è levigata e costiera, in sottofondo, ma non certo modesta. F: la stessa torba, lo stesso eucalipto. Frutta matura, biscotti e il grande ritorno della camomilla. Un Caol Ila d’altri tempi, si diceva, tutto da godere. Tutto contribuisce alla facilità di bevuta: il grado non mostruoso, la dolcezza, la freschezza, la torba discreta ma giusta… Con in più quel tocco floreale che lo differenzia dalla massa. 87/100

Long Pond pure single rum (2005/2020, Valinch & Mallet, 56.8%)

Chiudere la serata con un rum è sempre un rischio. Farlo con un giamaicano a grado pieno invecchiato per 13 anni ai Tropici (più due in Europa) è un’avventura. Davide, che nella sua meticolosità compulsiva quando si mette a studiare fa quasi paura, spiega che trattasi di un mark VRW, ovvero la ricetta di Long Pond per i rum della Vale Royale Wedderburn distillery. Fa parte della serie “The spirit of art”, che racchiude sia single malt sia rum per cui Fabio e Davide hanno perso la testa. Nello specifico, e scusate il tono da Telemarket, in etichetta un’opera del messicano Oscar Isaias Contreras Rojas. Se non lo conoscete siete capre e Sgarbi vi maledica. C: rame scuro. N: che bel casco di frutta tropicale, da cui spuntano banane, papaya e dell’ananas maturo. I famigerati esteri giamaicani, che tanti rum hanno devastato nella storia, qui per miracolo restano nell’alveo di un discreto senso di smalto per unghie e di Crystal Ball. Volute di spezie, soprattutto chiodi di garofano. Amarena sotto spirito. Un filo di tabacco da pipa. Cangiante e sorprendentemente educato. P: si può essere morbidi e possenti insieme? Certo, mica tutti i maciste sono dei bifolchi cafoni, c’è gentilezza anche nei più nerboruti (non guardate noi, che siamo pesi Gallo). Cioccolato con una venatura acida, una golosa zuppa inglese e di nuovo la frutta, che dalla solita papaya va sull’albicocca e la mela rossa iper-matura. Si arriva quasi ai fiori. Sarebbe facile dire caffè Etiopia lavato. E infatti lo diremo. Avvolgente e vellutato, stupisce anche qui l’assenza di graffi alcolici e sverniciate di idrocarburi. Divino. F: lunghissimo, gelato con l’uvetta (Malaga?) e frutta tropicale. Quel che pensavamo fosse un miracolo, in realtà è bravura. F&D non volevano uno dei sempre più frequenti mostri funky, dove ormai gli esteri sono come i ppm di torba e c’è la corsa commerciale a imbottigliare i prodotti più estremi. Cercavano qualcosa di giamaicano ma accogliente, che rispettasse lo stile ma anche le cavità orali del pubblico. Hanno trovato uno dei rum più cremosi (ci sono proprio sensazioni di gelato da svenimento) e fruttatoni che ricordiamo, di sicuro tra i più soddisfacenti. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lous and the Yakuza – Dilemme.

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