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Westward American single malt (2019, OB, 45%)

Il single malt americano è una categoria in grande espansione ed intellettualmente assai stimolante. Come voi tutti sicuramente già sapete, quando i coloni europei giunsero nel Nuovo Continente, ebbero qualche problema a coltivare l’orzo per la loro uisge beatha. Dato che fra tutti i problemi che avevano l’approvvigionamento di superalcolici non era il più pressante ma neppure da sottovalutare, iniziarono a fare whiskey con segale e mais, dando vita agli stili di whiskey americano più diffusi, il rye e il Bourbon. Recentemente, però, sempre più marchi stanno sperimentando whiskey americano single malt, con risultati molto altalenanti ma sempre curiosi. Tra questi c’è Westward (“verso Ovest”, come si muovevano i pionieri della frontiera del West). In effetti, più a Ovest dell’Oregon ci sono giusto il Pacifico, l’Alaska e le Hawaii. Viene prodotto a Portland nella House Spirits distillery, casa dell’Aviation gin, da orzo maltato, con un procedimento “preso in prestito” dai birrifici artigianali: dal malto si produce una American Ale con lieviti di birra, si fermenta lentamente e poi si passa alla distillazione “minimale” (??) in pot still. In Italia lo importa Rinaldi 1957, che sentitamente ringraziamo per il sample. La dicitura parla di new american oak, quindi ci aspettiamo una bella sventagliata di legno.

N: e in effetti il primo naso è un po’ da mobilificio, con zaffate di legno intriso di impregnante o colla. Però c’è un però: accanto, a stretto giro di posta, ecco una strana frutta macerata tra le prugne secche e l’aceto di lamponi. Piacevole, ma un po’ straniante, perché diversa da quella frutta rossa che siamo abituati a sentire negli Scotch maturati in botti di sherry, porto o vino rosso. C’è poi della banana, in versione yogurt e una robusta parte di cereale, come una farina umida e quasi “farmy”. Mangime nel silos della fattoria? Di nuovo legno, stavolta verde e balsamico, e una dolcezza appiccicosa, tra sciroppo d’acero e Christmas pudding. Mandorla, marzapane e pesca. Non sappiamo dire se è un olfatto buono oppure no, di sicuro è unico.

P: anche qui l’accoglienza è una botta di legno pungente un po’ inquietante, con spezie piccanti a iosa e tabacco umido. Birra Ale, dolcina e riconoscibile. Bello cafoncello e aggressivo, non c’è che dire. Poi però arriva a salvarlo ancora una frutta succosa, albicocca e maracuja a sottolineare quel tocco acido già balenato al naso. Col tempo migliora, si stemperano legno e acidità, ed esce una dolcezza molto compiuta di orzo crudo e Ovomaltina (o caramella al malto). Alpenliebe, anche, e un filo di cacao in polvere.

F: avvolgente e dolce. Crema di marroni zuccherina, caramello, Christmas pudding (chiodi di garofano a palate) e pralina al caffè.

Il naso è senza dubbio spiazzante, completamente diverso da tutto quel che abbiamo assaggiato. Del whiskey americano classico ha certe bordate di legno nuovo (forse la cosa meno attraente), ma del single malt ha la profondità delle note cerealose e questa frutta succosa e acidina che apprezziamo molto nello Scotch d’antan. Nel complesso, non un capolavoro di equilibrio né di raffinatezza, ma di sicuro una prova di carattere e un whiskey che riesce nel suo intento: esaltare la materia prima con un profilo rustico tutto spigoli e gioventù. Squilibrato ma piacevole, 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rancid – Journey to the end of the East bay.

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