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Laphroaig 2004 ‘The Octave premium range’ (2020, Duncan Taylor, 56%)

DC_Laphroaig_2004

“Small cask, bigger whisky” è lo slogan che lo storico imbottigliatore indipendente Duncan Taylor ha scelto per la serie The Octave, in cui vengono utilizzate botti da 50 litri. Ora, tralasciando il fatto che lo slogan è una via di mezzo fra la pubblicità di un unguento miracoloso per l’erezione peniena e lo spot del pennello Cinghiale, occorre dare a Duncan quel che è di Duncan. L’utilizzo di botti più piccole, con una conseguente maggior interazione fra distillato e legno e una maturazione più veloce, è diventato il suo marchio di fabbrica e da anni viene anche un po’ scopiazzato. Ma provate a copiare questo, se siete capaci, voialtri ottantotto ottentotti ottuagenari che sull’ottomana ottimizzate l’uso degli ottavi: un Laphroaig di 15 anni a grado pieno di cui so no state prodotte 123 bottiglie. Il colore è un oro carico.

N: un sacco e una sporta di caramello, che inizialmente schiaccia un po’ tutto quanto. Emergono poi erbe bruciate come mirto e alloro. Qualcosa di Tabasco verde, menta o timo. Molto erbaceo e grigliato, con salsa barbecue in crescendo. Uno di noi suggerisce un che di anisetta abruzzese diluita. Col tempo si fa più robusto, con una rotonda presenza di sigaro toscano ancora umido, impregnante, totale, con anche quella nota piccante. Un po’ di frutta gialla in macedonia. Una veneziana al burro, ma burro alle erbe. Non la fanno, lo sappiamo. Ad ogni modo ora è diventato una crema e spunta anche un filo di mare. Ancora salsa barbecue e bacon, all’infinito. Con acqua esce la vaniglia e la brioche al burro: insomma, esce il barile.

P: signore e signori, che buono. Pienissimo, qui c’è molta più frutta: pesca melba, mela cotta. E uno zabaione delizioso a testimoniare che l’idea di crema al naso non era un abbaglio. A 56% è fatto assai bene, con zero alcol e una frutta che tiene molto testa alla torbatura pesante. A proposito, ancora sigaro cubano e foglia di tabacco, acre ma ricco. Poco medicinale (al massimo canfora), vaniglia del Madagascar, un’anima tropicale tropicale come quella dei vecchi Laphroaig. Arachide tostata.

F: qui filo alcolico, l’affumicatura si fa più moderna, tipo tizzone ardente. Emerge un po’ di mare (olio di pesce). E la bocca rimane avvolta per tempo infinito in volute di miele e legno speziato.

Un whisky “generation X”, che non sa se essere vecchio stile o moderno. Un whisky di rara ricchezza, per apprezzare la quale occorre intaccare la propria, dato che ormai non si trova a meno di 300 euro. Al netto delle misere considerazioni economiche che tradiscono essenzialmente la nostra miseria, un Laphroaig atipico, in cui la parte medicinale fa un passo indietro e il barile – ovviamente, trattandosi di un Octave – fa due passi avanti. Il naso è inizialmente un po’ timido, molto caramelloso, ma col tempo guadagna spessore e complessità. Il palato è immediatamente più interessante, con un eccellente integrazione dell’alcol e soprattutto una frutta meravigliosa e rotonda che ci fa sognare. E dopo un’ora che abbiamo finito di scrivere queste inutili righe, ancora abbiamo il palato coccolato da torba bruciata e dolce. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Pink Floyd – Have a cigar

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