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Un’orizzontale di tre Glenallachie: 12 yo Virgin Oak series

Tra le molteplici perversioni che affollano le nostre viziose menti, ultimamente ne spicca una nuova. Ha fatto capolino qualche mese fa, ma il pudore ci ha trattenuti dal condividerla in pubblico. Oggi che però vediamo che qui e là viene sdoganata sempre più spesso, facciamo outing: stiamo apprezzando i finish in Virgin Oak. Ecco, lo abbiamo detto. I barili di rovere nuovi, molto spesso, sono così invadenti che alla prima snasata sembra di entrare all’Ikea, tanto forte è l’impatto del legno. Però recentemente i signori dei legni scozzesi hanno capito come dosarli e come fare in modo che il prodotto finale non sappia di laboratorio del falegname.
Pioniere è come spesso succede Billy Walker, druido di GlenAllachie, che coi legni si diverte come un matto. Tanto da creare la Virgin Oak series, dove lo stesso single malt, dopo 11 anni in botti ex bourbon, subisce un finish di 12 mesi in botti nuove tostate a livello medio (30–40 minuti) e carbonizzate per 30-40 secondi. Solo che le botti sono di tre diverse specie di quercia: rovere francese dell’Alta Garonna, rovere spagnolo della Cantabria e rovere americano della sottospecie Chinquapin, dai monti Ozarks in Missouri.

La silhouette del Chinquapin

Prima di andare a vedere come un anno in legni di diversa provenienza possa cambiare il whisky, lasciateci fare i nerd sul Chinquapin, che ultimamente va alla grande (vedi qui). Fino a pochi anni fa i produttori di barili americani semplicemente notavano che casualmente spuntavano dei “barili dolci“. Si pensava al caso. Invece si è poi scoperto che quei barili dolci erano realizzati con legno da Quercus Muehlenbergii, una delle 60 specie di rovere nordamericano, praticamente indistinguibile dalla Quercus Alba. A forza di ricerche ed esperimenti, difficili perché gli alberi di Chinquapin non crescono particolarmente dritti e sono di ardua lavorazione, si è giunti ad espressioni di whisky invecchiate in solo Chinquapin da parte di Raasay, Teeling, Jura e – appunto – GlenAllachie. Fine dello spiegone.

GlenAllachie 12 yo French virgin oak (2020, OB, 48%)

N: siamo accolti da un invitante sentore di legno caldo, profondo. Bello scuro, con tanto tabacco da pipa e cioccolato. Entriamo poi in fretta in pasticceria, con vaniglia, tarte tatin e crema inglese. Liquore all’arancia. Resta teso sulla corda, con un’acidità non troppo manifesta che sorregge bene tutte le percezioni: caffè (un Etiopia lavato, questa volta, per voi fini conoscitori della tazzina).

P: una bellissima nota umida, di foglie in autunno, e rancio (vino ossidato). Caramello e pesche all’amaretto, uva sultanina. Forse anche melone? Il rovere europeo si sente in tutta la sua classica speziatura e lascia una sensazione di polvere di spezie miste, dal curry alla noce moscata. Miele di castagno.

F: le spezie ci inseguono anche sul finale, con ancora curry rosso e coriandolo in primo piano. Caramello salato e di nuovo, a lungo, legno piccante “ad libitum sfumando”.

Profondo e saporito, sul pentagramma a noi abbastanza noto del rovere francese che spesso avviciniamo agli sherry casks. Non complessissimo, ma ben riuscito nel suo obiettivo: si capisce che il legno è protagonista, ma non rovina mai l’equilibrio. E ben si sposa con il carattere acido e teso del distillato di GlenAllachie, facendo emergere note di frutta processata molto piacevoli. 86/100

GlenAllachie 12 yo Spanish virgin oak (2020, OB, 48%)

N: impatto più classico e d’altri tempi, con nocciole, noci pecan e un mix di frutta secca ben evidente. Mobile appena tirato a lucido con la cera. Forse anche dei fiori, ma chi siamo noi per dirlo, che nemmeno abbiamo fatto i tre giorni a militare? Meno profondo e scuro del precedente, il lato floreale lo rende più fresco, punte di cedro candito. Albicocca secca e amarena sotto spirito ben sgocciolata. Col tempo baccello di vaniglia e cioccolato al latte.

P: sempre abbastanza convincente nell’ottimo rapporto tra gradazione alcolica e corpo. Qui – seppure sullo stesso satellite della quercia europea – siamo però sull’altro lato della luna: maggiore acidità e freschezza. Ancora albicocca secca e agrumi (oltre al cedro anche il mandarino e un ricordo dei Macallan più aranciati), noce di pecan. Acido senza essere acetico, secco senza essere seccante, buono senza essere buonista. Cappuccino (latte e caffè). Curioso retrogusto dove note di distillato giocano con mobilio antiquario.

F: fa salivare, a riprova dell’acidità; notiamo anche una punta di astringenza in più. Sicuramente una spolverata di pepe nero. Medio/lungo di durata.

Più teso, affilato e agrumato – forse semplicemente il legno consente più espressività al riconoscibilissimo distillato di GlenAllachie. Il finale è il lato migliore, molto ben bilanciato fra acidità e quel legno di una volta, ma tra tutti è quello che stupisce meno. 84/100

GlenAllachie 12 yo Chinquapin virgin oak (2020, OB, 48%)

N: il cocco essiccato è il passaporto che il rovere americano presenta alla dogana del naso. Poi note più evidenti di mobilificio, legno appena tagliato. Che si disveli un’anima “verde” della quercia del Missouri? Serge dice “felce” e noi – che al massimo eravamo arrivati alla clorofilla – ci adeguiamo. Seguono banana e caramelle allo zucchero (e allora perché non caramelline a forma di banana?). Poi cannella, vaniglia e caramello. Anche qui troviamo la frutta secca, ma più su mandorle e prugne; arriviamo quasi al marzapane. Ricapitoliamo la frutta: cocco, banana, pesca, prugna, arancia dolce. Mica poca, eh? Tante note da bourbon, ma senza tutta quella dolcezza, e con un po’ più di frutta speziata.

P: molto beverino, dolce e senza grandissime pretese di intellettualismo. Sciroppo d’acero, frutta caramellata, caramelle di frutta. Mandorle tostate di sicuro. Ancora legno tagliato e il senso di pepe che lo accompagna. Banana e caramello ancora la fanno da padroni. Miele e morbidezza.

F: di nuovo noci pecan e banane. Il legno è decisamente meno tannico e anche a distanza di qualche minuto dalla beva lascia una cremosità da gelato alla crema. Quercia americana, ti riconosciamo anche con i baffi finti e gli occhiali del Chinquapin.

Sarà forse il profilo più “semplice”, ma ha dalla sua una grande beverinità e un mouthfeel più avvolgente. Sinceramente non saremmo riusciti a cogliere le differenze rispetto al classico rovere americano, anche se ha qualche nota di toffee in più. Interessante, anche se alla lunga un po’ dolce per i nostri gusti personali. Detto questo, potremmo vuotarne una bottiglia prima di finire una partita a Scala 40: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Georges Brassens – Auprès de mon arbre. Dove il baffo di Sète canta “mon copain le chêne/mon alter ego”, “la mia amica quercia, il mio alter ego”

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